Ho già avuto modo di esprimere alcune considerazioni sul Palio di Siena e dunque non ritorno sulla vicenda in se stessa considerata. Ho però voluto documentarmi meglio, capire, indagare.

Se un’intera città (Siena) erige barricate contro chiunque si azzardi solo a porre in discussione l’amore verso i cavalli da parte dei senesi tutti, bisognerà pure fare qualche ulteriore riflessione.

Ma chi sono io per mettere in discussione un qualcosa che vive dal 1200? Che rappresenta e identifica una città che vive un anno intero in funzione del Palio e che indubbiamente rappresenta un modo di vivere della città del Panforte?

I sostenitori del Palio sostengono che questa manifestazione subisca la propria enorme popolarità, diversamente da tante altre manifestazioni italiche minori dove è l’animale stesso che viene sacrificato nel nome della tradizione.

L’infortunio ai cavalli durante il Palio sarebbe invece una conseguenza solo eventuale e indiretta (anche se assai frequente). E il rimedio c’è. Lo si sopprime, ponendo fine alle sue sofferenze (mi chiedo da quando siano iniziate ma preferisco non rispondermi).

Perché tanto clamore mediatico per una manifestazione così sentita, ricca di tradizione che rappresenta una sorta di equilibratore sociale, di valvola di sfogo di una comunità.

È mai possibile che in un paese, il nostro, dove quotidianamente si verificano atti di intolleranza più o meno gravi ci si possa scandalizzare per una corsa di cavalli?

Cavalli (barberi) peraltro amatissimi da tutti i senesi, da tutti i contradaioli, venerati e adorati e coccolati e curati al pari di un essere umano.

Cavalli certo non comuni, ma che devono essere attentamente selezionati, addestrati, corrispondere a determinate caratteristiche. Devono insomma essere animali performanti, nel pieno rispetto (oggi ma non ieri) delle normative sul doping.

E quale animale migliore del cavallo ama la confusione, le urla, le grida, le frustate. Ama, dopo essere stato domato, essere tutt’uno con il “suo” fantino che diventerà tale solo per sorte.

Dunque, caro Filippo, devi fartene una ragione. Il senese, il contradaiolo ama più di se stesso i cavalli e soprattutto quelli che partecipano al Palio. La morte di uno di loro rappresenterà un lutto per l’intera città.

Tutto vero, ma una domanda — come diceva qualcuno — nasce spontanea: il cavallo è amato in funzione del Palio o a prescindere da esso? E poi amore e rispetto coincidono?

Di questo hanno parlato un veterinario, Marco Francone (Presidente Lav), Oscar Calabrese, sociologo e assessore alla cultura del Comune di Siena, Roberto Marchesini (etologo), Luisella Battaglia (docente di Filosofia morale a Genova). Una discussione interessantissima. Di estrema attualità, anche se svoltasi nell’agosto del 1996.

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