I due furono visti e fotografati da un passante rimasto anonimo mentre prendevano a calci e bastonavano ripetutamente un cane meticcio di nome Moro, fino a ucciderlo scagliandogli in testa una pietra. Un gesto violento e del tutto incomprensibile, i cui autori, padre e figlio, furono subito identificati grazie ai fotogrammi inviati a un quotidiano locale e quindi denunciati. Pur non negando i fatti, sin dalle prime battute dell’inchiesta si difesero sostenendo di non essere dei criminali: il padre disse ai giornali che il cane aveva fatto «una cosa talmente grave che non potevo non fare nulla». Eppure, durante le indagini era subito emerso che più volte i pastori si erano lamentati della scarsa ubbidienza del cane. Il sospetto era quindi che avessero agito per il motivo futile e abietto di “dare una lezione” a un cane un po’ problematico.

La diffusione delle immagini e l’intera vicenda all’epoca dei fatti suscitò notevole sgomento nell’opinione pubblica, chiaramente orientata per la colpevolezza dei due pastori, che avevano agito con efferata violenza, peraltro alla presenza di un ragazzino, che aveva potuto assistere alla scena. Inoltre, lo stesso primo cittadino di Breno aveva in un primo momento annunciato provvedimenti esemplari nei confronti dei responsabili, inclusa la revoca della concessione della malga di proprietà comunale gestita dalla famiglia. Una promessa che però in seguito cadeva nel vuoto, tanto che nel marzo di quest’anno l’Amministrazione ha rinnovato la concessione.

Pochi giorni fa, la doccia fredda: il Giudice monocratico ha deciso per l’assoluzione, con la formula “il fatto non sussiste”, dando pienamente ragione alla tesi della difesa, che sosteneva che i due pastori avrebbero agito solo per necessità, dovendo rispondere all’aggressione del cane. Un cane meticcio ma non selvatico, di appena un anno e mezzo, che padre e figlio ben conoscevano.

L’opinione degli esperti

Abbiamo chiesto un parere sulla vicenda all’etologo e filosofo Roberto Marchesini, il quale ha così commentato:

Ancora una volta si dimostra come per il nostro ordinamento gli animali non debbano essere considerati come esseri senzienti, che in quanto tali rientrerebbero nel registro minimo perlomeno di pazienti morali. No, loro restano nient’altro che oggetti, a cui è permesso fare qualunque cosa. Anzi, peggio, perché se qualcuno osasse tanto nei confronti di un oggetto umano sconterebbe una pena sicura. Anche quando la ferocia è eclatante, gratuita, manifestamente crudele, anche in questo caso l’animale non merita alcun rispetto, alcuna attenzione. Questa assoluzione è vergognosa, priva di scusanti, terribilmente indicativa di quanto siamo lontani persino dal minimo barlume della compassione.

Rincara la dose la dott.ssa Sorcinelli, Presidente di Link-Italia, la quale evidenzia che «Far assistere un minore ad un atto di violenza o costringerlo a partecipare ad un atto di violenza è una forma riconosciuta di violenza psicologica che, se viene agita da un genitore, rientra nelle forme specifiche di violenza assistita intrafamiliare». Una forma di violenza psicologica che costituisce, inoltre, un «fenomeno predittivo di contemporanei e/o successivi altri comportamenti devianti, antisociali, criminali quali aggressioni alle persone e distruzione di proprietà» e può portare chi la subisce a gesti di estrema violenza quali «furti caratterizzati dalla presenza di una vittima come borseggio, estorsione, rapina a mano armata; rapimento, violenza sessuale».

Una evidenza che emerge in modo inconfutabile anche dall’indagine retrospettiva condotta su un campione di 537 detenuti intervistati nelle carceri italiane, compiuta nel 2016 da Link-Italia insieme al Corpo Forestale dello Stato in collaborazione col Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, che ha consentito di delineare il Profilo Zooantropologico Comportamentale e Criminale del Maltrattatore e/o Uccisore di Animali.

In particolare, è emerso che ben il 71% del totale dei detenuti ha assistito a maltrattamenti e/o uccisioni di animali da minorenne, di cui nel 41% dei casi i maltrattatori e/o uccisori erano appartenenti alla cerchia familiare. Inoltre, il 61% dei detenuti ha maltrattato e/o ucciso animali da minorenne.

Alcune considerazioni

Nell’attesa di leggere le motivazioni della sentenza e fermo restando il doveroso rispetto per le decisioni della magistratura giudicante, non resta che registrare con rammarico che questa decisione non soddisfa e non regge, né da un punto di vista giuridico, né logico, né tantomeno morale. Per giungere all’assoluzione, il Giudice deve aver ritenuto che l’uccisione con numerose bastonate e lapidazione — quindi a seguito di efferata e prolungata violenza — fosse una reazione accettabile, normale e non sproporzionata rispetto all’aggressione da parte del cane. Aggressione peraltro non provata e che, a nostro avviso, anche qualora fosse stata provata non avrebbe potuto spostare la bilancia della giustizia a favore dell’assoluzione. Perché se è vero che un cane può diventare aggressivo e anche mordere, questo non può essere certo un pretesto sufficiente per ucciderlo a sangue freddo, dopo avergli inflitto diversi minuti di atroce sofferenza. Ammettendo pure la necessità di reagire a un’aggressione, non si spiega e non si può in nessun modo giustificare l’accanimento e la violenza del tutto gratuita, come nel caso è avvenuto nel luglio 2014 tra le valli bresciane.

La decisione di Brescia è in netta controtendenza con la giurisprudenza dello stesso Tribunale, che si era distinto per la condanna dei responsabili dell’allevamento di cani beagle “Green Hill” di Montichiari, per il processo ai vertici del “macello degli orrori” di Ghedi e dove è pendente anche un processo per maltrattamento di vitelloni per recisione delle corna oltre l’età legalmente consentita (quest’ultimo dalle valenze innovative, trattandosi di animali da reddito). L’assoluzione dei due pastori rappresenta quindi un pericoloso precedente, in quanto l’autore di comportamenti violenti si potrà giustificare sostenendo la tesi della provocazione / aggressione, senza doversi curare di mantenere una minima proporzione tra offesa e reazione. Si apre la strada a facili scappatoie dalla responsabilità penale: se la tesi della legittima difesa da vere o presunte aggressioni verrà seguita da altri giudici, si potrebbe potenzialmente giungere persino alla disapplicazione della fattispecie di uccisione di animali, che perderebbe di colpo gran parte della sua efficacia applicativa.

Passi falsi come questo rappresentano un grave passo indietro per la nostra civiltà giuridica, che ancora riserva agli animali un ruolo inadeguato a quello che la sensibilità della società è andata delineando nel corso degli ultimi decenni. Non resta che auspicarsi che la Procura decida di appellare la sentenza. Anche Animal Law si unirà alla richiesta in tal senso che anche altre associazioni faranno pervenire a gennaio al Procuratore della Repubblica di Brescia, affinché possa essere ristabilito il semplice principio che l’uccisione non necessitata e crudele di un animale è un reato senza sé e senza ma, come prevede la legge sin dal 2004.

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