Un gufo reale era costretto «in una voliera di dimensioni talmente ridotte da non consentirgli neppure lo spiegamento completo delle ali» e «non aveva alcuna possibilità di movimento, anche in ragione della presenza di un treppiede e di trespoli che, all’interno della voliera, ne restringevano ulteriormente il campo» (di recente, riguardo un altro episodio di detenzione incompatibile di un rapace, Gasparre, Detenzioni incompatibili: i rapaci devono poter volare – Cass. pen. 1489/18, in Persona&Danno, 4.4.2018). Anche le condizioni igieniche erano precarie. Disposta la confisca, il Tribunale di Aosta ha condannato l’imputato per il reato di detenzione incompatibile (art. 727 c.p.).

La Corte di cassazione ha confermato la condanna precisando che «la detenzione penalmente rilevante ricorre in presenza della duplice condizione di incompatibilità dello stato di detenzione degli animali con la loro natura e dell’idoneità della medesima a provocare ad essi gravi sofferenze, di talché entrambe si configurano come elementi costitutivi del reato». Il parametro normativo della natura degli animali in base al quale la condotta di detenzione si pone come contraria e perciò assume valenza illecita, richiede, per le specie più note, che ci si riferisca al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per quelle meno comuni, alle acquisizioni delle scienze naturali; a ciò si aggiunge che «per gli animali invece tenuti dall’uomo in condizioni di cattività, e dunque di per sé, se non incompatibili, comunque non conformi con la loro natura, come avviene per quelli tenuti in gabbie, stalle o recinti al fine di evitarne la fuga, l’elemento della grave sofferenza assume valore dirimente al fine della configurabilità del reato». 

Pertanto, la Corte precisa che «pur nella ontologica differenza con il delitto di cui all’art.544 ter c.p. di natura necessariamente dolosa in quanto volto a punire la condotta volontaria di chi provoca maltrattamenti agli animali», il riferimento alle caratteristiche etologiche degli animali in detenzione configura «anche in questo caso il parametro su cui misurare la sofferenza integratrice la fattispecie delittuosa di cui all’art.727 c.p., da valutarsi caso per caso in relazione alle caratteristiche comportamentali e ai rapporti del singolo esemplare con l’ambiente in cui naturalmente vive la sua specie». Il che non comporta alcuna sovrapposizione tra l’art. 727 e l’art. 544 ter c.p.: «il reato di illecita detenzione si perfeziona indipendentemente dal fatto che l’animale possa subire veri e propri danni alla sua integrità fisica, ben potendo l’illegittima detenzione derivare anche da una condotta meramente colposa, improntata cioè a disattenzione, superficialità ovvero incuria».

Insomma, le gravi sofferenze cui fa riferimento l’art. 727 comma 2 c.p. sono quelle che superano la soglia di tollerabilità (rapportata alle caratteristiche etologiche e all’habitat naturale dell’animale), «senza che ciò implichi la necessaria sussistenza di una sottostante normativa anche soltanto regolamentare volta a disciplinare, per la cura del benessere dell’animale, la detenzione»; ciò perché «il precetto penale contenuto nell’art. 727, comma 2. c.p., non è di certo integrato, come già chiarito da questa Corte, da tali fonti normative, (cfr. la sentenza n. 37859 del 4.6.2014, citata)» (v. Gasparre, Canili lager: quel pasticciaccio degli appalto per canili – Cass. pen. 37859/2014, in Persona&Danno, 30.9.2014).

Il Tribunale di Aosta ha ritenuto correttamente che «la detenzione di un uccello all’interno di una gabbia dalle dimensioni particolarmente ridotte rispetto alla sua stazza, tale da non consentirgli neppure la piena apertura delle ali, né una sia pur modesta possibilità di movimento anche in ragione della presenza di un treppiede e di trespoli al suo interno che ne restringevano ulteriormente il campo, e senza che le condizioni igieniche della vaschetta per l’acqua gli consentissero la pulizia delle piume, del tutto irrilevante risultando l’assenza di lesioni o l’integrità delle sue condizioni di salute. Invero il bene giuridico protetto non è costituito, a differenza del delitto previsto dall’art. 544 ter c.p., dall’integrità fisica dell’animale, bensì dalla sua stessa condizione di essere vivente perciò meritevole di tutela in relazione a tutte quelle attività dell’uomo che possano comportare, anche soltanto per indifferenza o negligenza od incuria, l’inflizione di inutili sofferenze». 

A ciò si aggiunge che «la natura di rapace notturno, quand’anche comporti, in assenza di linee guida sui gufi reali, l’abitudine per il volatile di restare per lo più appollaiato in attesa della preda, non esclude una condizione di sofferenza trattandosi pur sempre di un volatile, comunque avvezzo a sia pur brevi voli nella quotidianità e comunque ad una condizione di fisiologica mobilità, di talché le condizioni di detenzione in cui veniva tenuto erano del tutto incompatibili con la sua natura».

Volendo per un monitoraggio giurisprudenziale e casistico, Gasparre, Diritti degli animali. Antologia di casi giudiziari oltre la lente dei mass media, Key editore.

Nella prossima pagina pubblichiamo la sentenza integrale.

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