Articolo già pubblicato sul blog di Essere Animali (permalink)


Pochi giorni fa una scure si è abbattuta sul mondo del circo: la squadra mobile di Palermo ha arrestato 41 persone in tutta Italia, tra le quali i titolari di 18 circhi e un funzionario della Regione Siciliana, nell’ambito di un’operazione denominata “Golden Circus”. Sono tutti accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per aver fatto entrare illegalmente in italia circa 500 migranti, facendoli risultare come lavoratori dei circhi. In cambio, avrebbero intascato da ciascun migrante una “commissione” dai due ai tremila euro. 

Si tratta di accuse pesanti, che rappresentano un duro colpo per la reputazione dell’intera categoria. Eppure, è solo la punta dell’iceberg: dal Piemonte alla Sicilia, sono tantissime le illegalità commesse dai circensi, alcune anche molto gravi.

Ad esempio, pochi giorni prima degli arresti di Palermo, a Nichelino (TO) sono volati calci e pugni tra le storiche famiglie Niemen e Medini, titolari degli omonimi circhi piemontesi, nel corso di un incontro in cui si discuteva della spartizione delle piazze in cui esibirsi. Come curiosità, va aggiunto che il Peppino Medini è uno dei pochi circhi in Italia in cui ad esibirsi e fare spettacolo non ci sono animali ma giocolieri, trapezisti funamboli, pagliacci e altri artisti.
La “discussione” è finita con 3 feriti in ospedale, tra i quali un minorenne. I carabinieri, intervenuti in tempo per evitare il peggio, hanno denunciato 5 persone del circo Niemer, 2 del Medini e sequestrato una catena, tre bastoni, un tirapugni e tre coltelli. Non proprio il kit ideale per una discussione di lavoro.

La violenza non è un fattore isolato nel mondo circense. Gli archivi delle Procure e le cronache locali sono piene di episodi di aggressioni verso chi manifesta pacificamente chiedendo la fine degli spettacoli con animali. La dinamica è la stessa: nel corso di un presidio autorizzato davanti al circo, i lavoratori si affacciano all’esterno, cercando di provocare i presenti. In molti casi vengono ignorati e decidono di ritirarsi ma altre volte non riescono a trattenere la propria aggressività e si sfogano dando vita a veri e propri pestaggi a danno dei manifestanti, come capitato nel 2015 a fine agosto a Mestre, a maggio a La Spezia, a inizio anno a Milano e nel 2014 a Pordenone e Brescia. In tante altre occasioni, non registrate dalle cronache, i circensi si limitano a mostrare la propria intolleranza con insulti e minacce.

Ma questo è il meno: negli ultimi anni diversi circhi sono stati condannati, anche in via definitiva, per maltrattamento di animali o detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura e diversi procedimenti sono ancora pendenti in tutta Italia. Soltanto tra i 18 circhi coinvolti nell’operazione Golden Circus, ad esempio, il Circo Città di Roma aveva subito una condanna per maltrattamento di animali, mentre il Martini Cinque d’Europe e il Caroli hanno ciascuno due procedimenti aperti (dati LAV).
giraffa-AlexanderVi è poi il capitolo delle fughe di animali. A fine dicembre 2014 il circo Miranda Orfei aveva accusato ignoti “animalisti” di aver aperto le gabbie e liberato l’ippopotamo Aisha, poi tragicamente morto investito da un auto. La notizia era stata ripresa da tutti gli organi di stampa riportando le dichiarazioni del circo come vere, anche in assenza di prove e nonostante quel circo fosse stato condannato l’anno prima a Como per maltrattamento di animali ed avesse quindi un ottimo motivo per incolpare gli “animalisti”.
In realtà, l’episodio va registrato tra i tanti incidenti di cui si rendono responsabili gli stessi circhi per propria negligenza, come già accaduto nel 2012 con la giraffa Alexander, morta a Imola dopo essere scappata dal circo.
Secondo le statistiche, i circhi in Italia continuano a “perdere” animali con una frequenza allarmante: ci sono state almeno 15 fughe tra il 2008 e il 2014. Un pericolo per l’incolumità pubblica, considerato che spesso si tratta di elefanti, ippopotami e grandi felini, come tigri e leoni.

Né si può dire che i circensi manchino di fantasia. Nel dicembre 2014, il circo Orfei è stato scoperto aver dipinto dei cani di razza Chow chow a chiazze nere, spacciandoli per panda in modo da lucrare sulle fotografie con i bambini. A carico di un altro Circo Orfei, pochi mesi fa erano state accertate presunte irregolarità nella posizione di una ventina di lavoratori in maggioranza stranieri e altre violazioni fiscali e previdenziali e il titolare Nando Orfei era finito indagato per sfruttamento del lavoro e intermediazione illegale.

Ulteriore capitolo è la la violazione delle regole di base della collettività, a partire dalle affissioni pubblicitarie: spesso i manifesti del circo vengono attaccati in modo abusivo, senza pagare le tasse di affissione o pagandole solo per una minima parte dei manifesti, che peraltro finiscono spesso attaccati selvaggiamente a pensiline degli autobus, pali della luce e altri posti dove l’affissione è vietata.

Per non parlare del volantinaggio non autorizzato per strada o davanti alle scuole, oltre che degli animali esposti in appositi carri e fatti circolare come richiamo nelle città, in spregio delle più basilari norme di sicurezza. Tutte situazioni ai margini della legalità o che violano precise ordinanze locali, che però è difficile accertare, poiché oltre ad essere sempre in movimento, i circhi sono esperti nel cambiare ragione sociale di tanto in tanto, così da scampare alle sanzioni delle amministrazioni locali.

Un quadro più che preoccupante, che richiede una rapida modifica della normativa sui circhi equestri, vecchia di quasi 50 anni e non più al passo con la sensibilità attuale, oltre che delle regole sul finanziamento pubblico, che ogni anno riserva a questa forma di spettacolo oramai antiquata e controversa oltre 5 milioni di euro.

Ogni anno migliaia di cani, gatti e altri muoiono a causa di esche e bocconi avvelenati che vengono sparsi in parchi pubblici, cortili condominiali e altri zone dove vi sono colonie feline o portiamo in passeggiata i nostri cani. Si tratta di gesti spesso preceduti da episodi di insofferenza come insulti, rovesciamenti di ciotole e vere e proprie minacce a danno dei proprietari di animali o di chi se ne prende cura. Accade addirittura che queste persone si calano nel ruolo di giustizieri, immaginando di fare un favore alla società contribuendo a debellare il fenomeno del randagismo. Spesso però la vera motivazione dietro simili gesti è il desiderio di sfogare proprie frustrazioni o insoddisfazioni, che viene indirizzato verso soggetti più deboli. Gli animali diventano quindi le vittime ideali, anche perché ci si immagina di poter restare facilmente impuniti.

Per fortuna non è così: l’uccisione animali (domestici e non) è un reato e l’autore di questi gesti, se individuato, subisce una condanna. Il codice penale (art. 544-bis) punisce infatti l’uccisione di animali «per crudeltà o senza necessità» e spargere polpette avvelenate allo scopo di uccidere animali rientra perfettamente tra le fattispecie penalmente rilevanti. Anche se l’animale si salva, a causa delle forti sofferenze inflitte dal veleno si configura comunque il reato di maltrattamento (art. 544-ter), punibile con la pena della reclusione sino a 18 mesi. Se invece l’animale non solo soffre ma come spesso accade muore solo dopo una lunga agonia, si avrà maltrattamento aggravato dalla morte, per il quale è previsto un aumento di pena.

Oltre che per gli animali, questi veleni costituiscono un pericolo anche per la salute e l’incolumità delle persone e possono danneggiare l’ambiente. Sulla base di questo presupposto, nel 2012 il Ministero della Salute aveva emanato un’ordinanza per vietarne ai privati l’uso e la detenzione,  dettando l’obbligo per i comuni di provvedere alla disinfestazione in caso di episodi di avvelenamento a danno di animali. Purtroppo al momento in cui si scrive questa ordinanza, che era stata prorogata più volte, è scaduta da alcuni mesi senza che il Ministero l’abbia prorogata e non è quindi più in vigore. Ciò non toglie che l’utilizzo di esche e bocconi avvelenati resta vietato, considerata l’intrinseca idoneità lesiva degli stessi e l’impossibilità di evitare che una volta sparsi non provochino la morte di animali.


Segnalazione e bonifica

Come comportarci se notiamo qualcosa di sospetto? È importante sapere che ogni volta che passeggiando con il nostro amico a quattro zampe notiamo esche sospette, dobbiamo immediatamente allertare il Comune, che provvederà a porre un avviso ai cittadini di sospetto avvelenamento, facendo intervenire le autorità sanitarie (ASL, USL, ATS in base alle regioni) per prelevare campioni e verificarne l’effettiva pericolosità. Se si scoprirà che quel cibo era realmente avvelenato, il Comune e le autorità sanitarie dovranno provvedere a bonificare la zona, per evitare che le esche avvelenate possano arrecare pericolo agli animali.

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Colonie feline

Spesso si registrano episodi di avvelenamento a danno di colonie feline. Se vi è situazione di conflittualità o intolleranza da parte della popolazione verso gli animali in libertà e abbiamo il fondato timore che possano svilupparsi episodi simili (ad esempio in caso di minacce esplicite), possiamo mettere un avviso nella bacheca condominiale per ricordare che i gatti in libertà sono tutelati dalla legge 281/1991 (oltre che dalle singole leggi regionali e dai regolamenti comunali) e che l’uso di esche e bocconi avvelenati è vietato. Possiamo anche contattare l’amministratore del condominio e chiedere di convocare un’assemblea per ammonire i condomini sulle conseguenze legali di eventuali avvelenamenti. In entrambi i casi, questo approccio dovrebbe essere sufficiente per far desistere in partenza chi avesse in mente di compiere queste azioni.

Un’altra strada è chiedere l’autorizzazione all’assemblea condominiale per poter posizionare delle telecamere nei punti (solitamente cortili o parcheggi) dove viene posto comunemente il cibo, affinché fungano da deterrente nei confronti dei colpevoli. È opportuno ricordare ai condomini che esche e bocconi avvelenati non sono pericolosi soltanto per gli animali in libertà ma anche per bambini e animali domestici. Se poi ci si offre di sopportare integralmente i costi, è quasi certo che la delibera venga approvata.

Denuncia all’autorità giudiziaria

Se notiamo un animale con sospetti sintomi di avvelenamento, chiaramente non abbiamo altra scelta che portarlo da un veterinario. Dopodiché, qualora il veterinario confermi i nostri sospetti, dovremo procedere a fare immediatamente denuncia alle autorità. Come abbiamo detto,  il primo passo è contattare il Comune, che dovrà mettere un avviso nella zona e far eseguire esami su eventuali cibi sospetti rinvenuti nei paraggi.

Ma non basta: dovremo anche interessare l’autorità giudiziaria, affinché indaghi e tenti di accertare il colpevole. Per procedere, qualora vi siano vittime è necessario far eseguire un’autopsia dalle autorità sanitarie (dipartimento veterinario di ASL, USL o ATS) o dall’istituto zooprofilattico più vicino. Questo perché senza un referto che attesti l’avvelenamento, la denuncia è priva della forza necessaria per portare all’apertura di indagini. Secondo l’ordinanza citata, spetta al veterinario provvedere a trasmettere entro 24 ore le carcasse, insieme a una relazione accompagnatoria. In attesa che venga rinnovata o che vengano disposte nuove norme, riteniamo che si debba continuare ad applicare tale procedura. Dovremo quindi chiedere al veterinario di procedere in tal senso e, in aggiunta, allertare il Comune e le associazioni animaliste della zona.

Se siete soci di Animal Law, potete contattarci qualora abbiate altri dubbi.

 

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