« […] il numero di composti chimici in commercio è elevatissimo e molto elevato è il numero di nuove sostanze ogni anno immesse nell’ambiente: calcolando che ogni test su roditori richiede circa cinque anni di sperimentazione e valutazione dei dati, come si può testare centinaia di migliaia di composti? […] Una valutazione ottimistica indica che sono disponibili “dati tossicologici adeguati”, derivati quasi tutti da test sugli animali, solamente per il 10-20% dei prodotti chimici presenti nell’ambiente. Il giornalista Leslie Lang, in un articolo pubblicato su Environmental Health Perspectives (nel 1995), riportò che “dei 50 prodotti chimici più utilizzati negli Stati Uniti (che ammontavano a quasi 317 milioni di tonnellate all’anno) più di due terzi non erano ancora testati sugli animali, al fine di stabilire il loro potenziale cancerogeno.” Di questo passo, per eseguire test per tutti i prodotti chimici attualmente in uso ci vorrebbero varie centinaia di anni, anche utilizzando tutti i laboratori disponibili al mondo»

Queste affermazioni, tratte dal libro: “Cancro: un male evitabile – come combattere una strage inutile” del professor Gianni Tamino, altro autorevole esponente del movimento antivivisezionista scientifico, ci costringono ad una profonda e seria riflessione. Quasi quotidianamente compaiono articoli su giornali e riviste divulgative ove si sbandiera l’impossibilità di fare a meno della ricerca condotta su animali al fine di salvaguardare la salute dell’uomo e dell’ambiente, ma i fatti smentiscono tali affermazioni, volutamente false! Si fa credere ai cittadini che l’obiettivo è salvare vite umane, ma le cose non stanno così. Si continua a ripetere che si sacrificano animali per salvare vite umane, ma andando oltre il fumo si scopre amaramente la realtà dei fatti!

Viene poi da chiedersi come mai quando si ricorre a colture in vitro si faccia uso di cellule animali anziché ricorrere a cellule umane, che ci porterebbero certamente a risultati più sicuri e più attendibili per la nostra specie. Forse perché utilizzando cellule animali si può continuare ad  ottenere “risultati preconfezionati”!?

In altri termini, continuando ad utilizzare il modello animale anche quando non si fa ricerca in vivo, ma in vitro, non utilizzando tecniche human based, cioè su cellule e/o tessuti umani, si continua  a fare ricorso al solito metodo al fine di dimostrare ciò che si vuole. Se il modello animale, come sostenuto dai fautori, è un modello “da cui non si può prescindere”, come mai nella messa a punto di molecole che potranno diventare farmaci, vengono condotte (molto più spesso di quanto ci si possa immaginare) sperimentazioni in contemporanea sull’animale e sull’uomo? (BMJ 28/02/2004), senza attendere l’esito di risultati ottenuti sui primi?

L’animale nella sua complessità non è l’uomo, ma pensare  che ciascun animale, che rappresenta un sistema complesso a sé,  con milioni di variabili, possa dare dei risultati predittivi per l’uomo, altro sistema complesso con milioni a sua volta di variabili, sembra veramente “tirato per i capelli”. I fautori del modello animale sostengono che la ricerca in vitro non consente le stesse garanzie di quella condotta in vivo. Ma  la vera verifica in vivo che possa essere ritenuta veramente predittiva per l’uomo è solo la verifica sull’uomo, che se fosse preceduta da metodi validi dal punto di vista scientifico, sarebbe meno rischiosa.

Vorrei concludere tornando al concetto di sacrificio di altri esseri viventi per un “nobilissimo scopo” (sulla carta la salute e la tutela dell’ambiente, di fatto è fare gli interessi di chi inquina e non paga mai) e considerando la mole di sostanze da testare, è stato stimato che il “sacrificio” di animali ammonterebbe a ben oltre cinquanta milioni: una vera ecatombe… purtroppo  inutile!

Il dottor Joshua Lederberg,  premio Nobel per la medicina nel 1981, ha dichiarato: «Non è semplicemente possibile, con tutti gli animali del mondo, esaminare i prodotti chimici nel modo cieco che oggi usiamo, e raggiungere conclusioni credibili sul loro pericolo per la salute umana».  Possiamo ancora continuare a credere alla favola che la sperimentazione condotta su animali salverà l’uomo e l’ambiente? Credo che la risposta possa essere una sola: assolutamente NO!

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