Circa venti anni fa il professor Doug Altman, professore di statistica in medicina presso l’Università di Oxford, scrisse uno sconvolgente editoriale sul BMJ (British Medical Journal) a proposito di ricerca medica. Fu un vero e proprio scandalo. In quell’editoriale si denunciava l’enorme “limite” della ricerca medica legato al fatto che i dati pubblicati troppo spesso non sono “veritieri”.

Ancora oggi, gran parte della letteratura scientifica è afflitta da una maniera poco “corretta” di pubblicare i risultati. Molti dati o risultati “in negativo”, non vengono pubblicati, ma al contrario si enfatizzano risultati di studi “in positivo”, anche se mal progettati o condotti male. In altri termini è consolidata abitudine enfatizzare i risultati che esaltano i benefici dei trattamenti terapeutici, e minimizzare o addirittura non evidenziare i danni provocati.

La stessa denuncia veniva fatta, un paio d’anni fa, dal professor John P.A Ioannidis della Stanford University School of Medicine e professore di statistica su un articolo pubblicato su PLOS Medicine, dal titolo molto eloquente: «Perché i risultati delle ricerche più pubblicate sono falsi?».

Quali possano essere le motivazioni che portano e enfatizzare risultati positivi e minimizzare quelli “scomodi”, è intuitivamente comprensibile se consideriamo gli enormi interessi e non solo economici, che stanno dietro all’industria della salute.

Se questo enorme problema affligge gli studi di ricerca clinica, vi è un’altra questione ancora più pregnante che va a minare alla base tutta la ricerca scientifica, mettendo in serio rischio i risultati ottenuti: la scarsissima qualità della ricerca su animali, su cui si basano gli studi successivamente condotti sull’uomo. Sono passati più di dieci anni, era il 2004, da quando sul BMJ, la dottoressa Pandora Pound (Università di Bristol) e altri autori si posero una domanda ben precisa: «Dove sono le prove che le ricerche su animali beneficiano gli esseri umani?».

Le loro conclusioni non furono di certo incoraggianti: studi assolutamente non predittivi, ma si continua lo stesso procedendo nella ricerca sull’uomo; dati negativi ottenuti sull’animale non impedisce di procedere sperimentando sull’uomo; studi di ricerca condotti in contemporanea animale / uomo; la maggior parte delle ricerche su animali erano “da buttare”, perché condotte male e non valutate attraverso revisioni sistematiche; modello animale mai validato! A distanza di dieci anni da allora viene pubblicato un altro articolo sempre sul BMJ (British Medical Journal, 30/05/2014) dal titolo veramente eloquente: “Le prove di evidenza sono sufficienti nella sperimentazione animale per farne il pilastro della ricerca biomedica? “In questo importantissimo articolo parlano gli stessi autori che 10 anni prima avevano criticato la maniera di fare ricerca con il modello animale, facendo emergere le enormi contraddizioni e criticità correlate a questo modello antiscientifico, ma ancora ampiamente utilizzato.

Nell’articolo del febbraio 2004, gli autori affermavano che la maggior parte delle ricerche fatte su animali per testare potenziali trattamenti per l’uomo erano da buttare, perché condotte male e non valutate attraverso revisioni sistematiche. Da allora, come gli autori spiegano 10 anni dopo, il numero di revisioni sistematiche di studi su animali è aumentato notevolmente, ma con il solo risultato di evidenziare la scarsa qualità di molte delle ricerche precliniche condotte su animali. In altre parole le stesse minacce alla validità scientifica che incombono sulla ricerca clinica si trovano in abbondanza negli studi su animali. Come risultato, affermano gli autori, è quasi impossibile fare affidamento sulla maggior parte dei dati ottenuti sull’animale e fare riferimento all’uomo. Ovvio che un tale “spreco” di risorse non è assolutamente etico, per gli enormi costi economici, ma anche di danno e pericolo per l’uomo, oltre agli aspetti etici legati alla sofferenza degli animali inutilmente “sacrificati”.

La domanda cruciale che si pongono gli autori, dopo 10 anni, è la seguente: «condurre la ricerca su animali in maniera più corretta e attenta potrebbe davvero migliorare il successo dell’estrapolazione dall’animale all’uomo?». La risposta a tale domanda, che gli autori hanno concluso, è inconfutabilmente solo una e cioè che anche se la ricerca fosse condotta nella maniera più precisa e impeccabile, la nostra capacità di prevedere le risposte umane, partendo da modelli animali, sarà limitata da differenze interspecifiche nelle vie molecolari e metaboliche.

Ma accanto a questo concetto fondamentale, cioè di risposte diverse per differenze metaboliche e delle vie molecolari, bisogna considerare le enormi differenze interspecifiche di tipo epigenetico.

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