Pasqua è ormai abbondantemente alle spalle e come d’incanto è pressoché cessata l’ossessiva riproposizione di immagini che vorrebbero dissuadere gli onnivori a banchettare con l’agnellino. Impresa ardua e pericolosa, se si considera che osservare frequentemente un comportamento aggressivo potrebbe, secondo alcuni, generare una sorta di desensibilizzazione nei confronti della violenza. 

Credo si volti semplicemente lo sguardo dall’altra parte non per condivisione del disprezzo verso queste immagini ma sol per disgusto. Lo dimostra la motivazione dell’illuminata ordinanza sindacale emanata dal Comune di Napoli (e prontamente annullata dal Tar campano) che aveva vietato nel periodo pasquale l’esposizione di animali interi o in quarti (sol) per evitare uno spettacolo traumatizzante soprattutto a tutela dei bambini. 

Luca Goldoni si chiedeva tempo fa sulle pagine del Corriere della Sera perché mai il maiale suscitasse pietà e l’anguilla tagliata viva in più parti non suscitasse eguale reazione. E ancora: perché ci si commuove davanti ad un salvataggio di una balena spiaggiata e si resta indifferenti se a pochi metri da quel salvataggio, magari in un caratteristico ristoranti a due passi dal mare, qualcuno immerge le aragoste nell’acqua bollente.

Ci si commuove davanti ad un salvataggio di una balena spiaggiata e si resta indifferenti se a pochi metri qualcuno immerge le aragoste nell’acqua bollente.

Forse, e la mia è solo una provocazione, perché si crede che in un caso l’animale reagisca solo ad uno stimolo dannoso (quello che gli scienziati chiamano nocicezione) mentre nell’altro provi vero dolore. Percezione quest’ultima sconosciuta, sempre a parere di alcuni studiosi, al mondo degli invertebrati con la curiosa eccezione (però) del polpo. 

Ho trovato interessante il dialogo sulle pagine di “Internazionale” (n. 1255 anno 25) tra Jocelyne Porcher, sociologa francese e Aymeric Caron, ecclettico esponente antispecista pure d’oltralpe, sulla possibilità di prospettare un sistema di allevamento di animali nel quale essi, pur destinati comunque ad essere uccisi, potessero riuscire a mantenere una loro individualità e serenità. Quella che i detrattori di tale filosofia chiamano “carne felice”.

Due punti di vista diametralmente opposti. La sociologa distingue tra produzioni animali e allevamento. Le prime, figlie del capitalismo, “triturerebbero” (verbo davvero appropriato) uomini e animali nel nome del profitto (a dire della Porcher nei macelli le maggiori sofferenze sarebbero causate dai tempi stretti dettati dalla necessità di produrre e uccidere in massa il più velocemente possibile) mentre nell’allevamento l’obiettivo sarebbe la condivisione della vita con gli animali e la loro uccisione rappresenterebbe solo la conseguenza di tale relazione e non lo scopo. 

Una visione certamente romantica, non priva di un ragionevole pessimismo, laddove Jocelyne Porcher ammette la difficoltà di attribuire valore alla vita degli animali quando il nostro stesso valore di esseri umani viene negato. Un pessimismo a mio modo giustificato dal momento che esiste una violenza o forma di discriminazione che è contro ogni essere vivente ed è forse da questo principio che occorrerebbe partire. Una sorta di strabismo necessario (“Crimini in tempo di pace. La questione animale e l’ideologia del dominio”, di Massimo Filippi e Filippo Trasatti). 

Replica Aymeric Caron in modo deciso e tranciante, affermando che i mattatoi non nascono perché gli animali sono troppi ma sol perché gli animali (quelli da reddito) vengono allevati il tempo necessario per fargli produrre uova o vitelli e una volta raggiunto l’obiettivo vengono uccisi.

Secondo l’autrice di “Vivere con gli Animali, Un’utopia per Il XXI secolo”) autorizzare la macellazione già in fattoria permetterebbe agli animali di rimanere nello stessi luogo dalla nascita alla morte, evitando le sofferenze del trasporto e della cruenta macellazione. 

«Il sistema di macellazione non è la mia principale preoccupazione. Quello che vivono gli animali nei mattatoi è terribile. Ma è solo una parte molto breve della loro esistenza. Quello che mi interessa di più sono gli anni di vita che vengono tolti agli animali». È la replica di Aymmeric Caron che rende molto bene quello che è il suo pensiero. L’animale umano è quello che ha sviluppato maggiormente la capacità di giudizio morale ed etico così candidandosi necessariamente a tutore degli animali non umani i quali non rivendicano certo il diritto di voto ma sicuramente quello di vivere una vita felice o quantomeno dignitosa.

Registro questo contributo senza prendere posizione alcuna, non senza alcune personali riflessioni. Sono sempre molto scettico quando sento dire che le persone sono interessate al benessere animale. Mi irrito quando sento dire che la politica è interessata alla questione animale. Condivido invece la considerazione che il benessere degli animali sia strettamente collegato al benessere degli uomini. Mi urtano quelle persone che non prendono in considerazione le argomentazioni altrui, anche se lontane o in antitesi al proprio punto di vista. Non comprendo chi offende a prescindere. Trovo intollerante la violenza verbale. 

A buon intenditor, poche parole.

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