Una settimana fa si è consumata in Spagna l’ennesima puntata annunciata dello scontro politico tra Madrid e la Catalogna, regione irrequieta percorsa da sentimenti indipendentisti. Questa volta, casus belli è stato il bando alle corride, che Barcellona aveva approvato nel 2010 e messo in pratica due anni dopo.  Un divieto oramai dato per acquisito ma che i governi centrali succedutesi nel tempo non avevano mai digerito, interpretandolo come un attacco diretto alla tradizione culturale spagnola, mosso dalla regione “separatista” per enfatizzare la propria distanza dal resto del paese. Da qui la scelta di un gruppo parlamentare di ricorrere alla Corte Costituzionale, per rimuovere un bando che all’interno degli equilibri politici della penisola iberica assume un valore simbolico importante: in gioco c’è ben più della vittoria o sconfitta per le ragioni di chi punta al progresso dei diritti animali.

La cronaca. Con un voto a larga maggioranza (9 giudici favorevoli, 3 contrari), il 20 ottobre la Corte Costituzionale spagnola ha annullato l’articolo della legge regionale catalana sulla protezione degli animali che aveva vietato la corrida nella regione, con  la motivazione che il Parlamento della Generalidad Autónoma avrebbe invaso una competenza esclusiva statale. La costituzione spagnola attribuisce alle regioni la competenza sulla tutela degli animali e sugli spettacoli pubblici ma prevede che la «preservazione del patrimonio culturale comune» sia competenza esclusiva statale. Il ragionamento della Corte è che dal 2013 una legge qualifica la corrida come parte del “patrimonio culturale immateriale” della nazione, perciò la competenza in materia è diventata statale e i parlamenti locali non possono spingersi fino ad abolirla.

La sentenza ha comunque chiarito che nell’ambito delle sue competenze in tema di tutela degli animali e di spettacoli pubblici, la Catalogna ha la facoltà di regolamentare in via amministrativa i requisiti e le condizioni che devono rispettare gli spettacoli pubblici per garantire la sicurezza di chi li esegue e del pubblico. Nell’esercizio di tale competenza, ammette la Corte, la Comunidad Autónoma ha «la facoltà di proibire determinati tipi di spettacoli per ragioni vincolate alla protezione animale» ma facendo attenzione a non travalicare i confini delle competenze statali e quindi non potendo includere tra questi la corrida.

Su questa decisione si prospetta uno scontro ancora più acceso tra governo centrale e periferico, il quale prima ancora che il Tribunal Constitucional si pronunciasse aveva già fatto sapere di avere allo studio misure per far sì che la decisione dei più alti giudici resti nei fatti priva di effetti pratici. Posizione ribadita da Josep Rull, consigliere del Governo catalano con delega al territorio e sostenibilità, che in una nota dichiara che la decisione non sarà accettata dell’esecutivo locale e rimarca che il bando alle corride era stato approvato in modo democratico, su stimolo di oltre 180.000 firme raccolte tra i cittadini catalani.

Manifestazione contro la corrida. Foto: AnimaNaturalis

Il Sindaco di Barcellona Ada Colau ha commentato la sentenza ricordando in un tweet che la sua città si era dichiarata contraria alle corride sin dal 2004 e aggiungendo in modo tranchant«Dica ciò che vuole il Tribunale Costituzionale, noi faremo applicare le normative che impediscono il maltrattamento animale».

Esattamente un anno fa vi avevamo raccontato delle tensioni in corso nella società spagnola intorno a questa pratica, sempre più avversata, soprattutto dalle nuove generazioni, ma al tempo stesso mantenuta in vita non soltanto per acritica adesione alla tradizione, quanto per i notevoli risvolti economici del settore taurino nella società spagnola, che oltre alle corride include decine di feste tradizionali celebrate in tutto il paese, che nell’insieme muovono centinaia di milioni di euro. Nel corso di questo anno, gli antitaurinos hanno festeggiato una significativa vittoria: dopo polemiche, proteste e mobilitazioni internazionali, da quest’anno la celebre festa medievale del Toro de la Vega non prevede più l’uccisione dell’animale.

Nel lontano 1991 anche le isole Canarie avevano vietato le corride, con una legge per il benessere animale che fino ad oggi non è stata contestata. Tuttavia, il caso catalano ha un ben diverso peso politico.

Per dovere di cronaca, va detto che in catalogna si celebrano anche altre feste con tori, come nel resto della Spagna, che la legge del 2010 non aveva bandito. In particolare, le corse dei tori (correbous) in cui tori vengono liberati per le vie cittadine ma che non terminano con l’uccisione dell’animale. Manifestazioni che due mesi dopo l’abolizione delle corride erano state protette da una nuova legge.

“Bou capllaçat” a Sant Carles de la Ràpita (Catalogna), 2011. Foto di AnimaNaturalis

Questi spettacoli sono visti come un inaccettabile retaggio medievale da chi le osserva dall’esterno, in modo distaccato e difese a spada tratta da chi le pratica e vi assiste. In attesa di sicure sorprese e al netto delle motivazioni politiche, continuare a salvare simili pratiche così palesemente contrarie al benessere animale — una tematica verso la quale la società mostra crescente attenzione e preoccupazione — è forse un chiaro sintomo di dissonanza cognitiva?

Abbiamo chiesto un commento a Roberto Marchesini, etologo e scrittore Direttore di Siua, Istituto di Formazione Zooantropologica. Queste le sue considerazioni: «Le tradizioni sono sempre difficili da superare anche quando sono in palese contrasto con le leggi che tutelano gli animali. Anche assunti di base — impedire che un animale provi dolore, ad esempio — vengono meno quando si tratta di di perpetuare tradizioni anacronistiche, motivate dal voler salvaguardare un ethos o una cultura, ma che altro non sono che rigurgiti di un passato che deve essere superato».

Diventa importante puntualizzare che le tradizioni contrarie al benessere animale non riguardano soltanto la corrida: come avverte lo stesso Marchesini, ciò che avviene in Spagna per la corrida avviene «anche in molti altri paesi, dall’Italia del Palio di Siena alla Gran Bretagna del Fox Hunting. Dobbiamo ammettere che scontrarsi con la tradizione è davvero molto difficile, sicuramente questa non va criminalizzata ma va capito il retaggio medioevale che reca con sé, ovvero la visione dell’animale come capro espiatorio».

Il peso della tradizione non aiuta, ma, continua Marchesini:

«Questo profondo radicamento però non ci impedisce di lottare affinché si superi ogni festa sadica che provoca ridicolizzazione, dolore e morte degli animali non-umani. Se nessuno prima di noi avesse lottato contro “altre manifestazioni”, avremmo ancora i gladiatori, gli zoo umani, solo per fare due esempi di “tradizioni”  che oggi ci paiono aberranti».

Marchesini conclude con l’invito a diventare propositivi, non limitandosi a richiedere la fine di tradizioni secolari ma proponendo alternative: «in caso contrario queste “feste” avranno dalla loro parte sempre un alleato in più, chi ha un concreto ritorno economico dallo sfruttamento animale».

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