La crudeltà verso gli animali come sintomo

Nel DSM la crudeltà nei confronti degli animali figura fra i criteri diagnostici del Disturbo della Condotta, ossia quel comportamento ripetitivo e persistente in cui i diritti fondamentali degli altri oppure le norme o le regole della società vengono violate.

Il disturbo in parola stigmatizza 15 sintomi che possono essere così raggruppati:

• Aggressione a persone o animali;

• Distruzione della proprietà (distruzione deliberata di oggetti di proprietà di altri);

• Frode o furto (propensione a mentire, manipolare e raggirare finalizzata ad ottenere vantaggi e favori o per evitare obblighi);

• Gravi violazioni di regole (ossia una totale refrattarietà ad adeguarsi alle regole di vita sociale);

Appare significativo che la violenza verso gli animali venga accostata a quella verso le persone e non già a quella nei confronti della proprietà o delle regole, elemento questo che ancora una volta evidenzia la predittività, nonché la possibile correlazione fra le condotte.

I bambini e gli adolescenti che soffrono di tale disturbo manifestano spesso comportamenti aggressivi e minacciosi che possono sfociare in vere e proprie colluttazioni durante le quali non infrequentemente gli stessi si servono di armi, quali ad esempio bastoni o coltelli. Il disturbo della condotta può scaturire da fattori diversi quali l’esposizione a violenza o dal fatto di essere essi stessi vittime diretta di violenze ed abusi.

Non solo, l’insorgenza del disturbo può altresì derivare dall’appartenenza a nuclei familiari problematici a causa dell’esempio educativo ricevuto o, ancora, da una situazione di isolamento sociale.

Circostanze queste che causano un forte stress e un grande senso di frustrazione nel soggetto disturbato che tende dunque ad identificare qualcuno che sia ancor più vulnerabile di lui per non sentirsi ultimo fra gli ultimi; ben si capisce come, sotto questo profilo, l’animale per la sua vulnerabilità costituisca la vittima perfetta: abbastanza piccolo per garantire il successo dell’azione violenta e sufficientemente grande per soddisfare la necessità di sfogare tali frustrazioni.

Dati statistici riferiscono che nel 70% dei casi tale quadro evolutivo conduce alla comparsa in età adulta del Disturbo Antisociale di Personalità, le cui caratteristiche secondo il DSM-IV includono un modello pervasivo di inosservanza e violazione dei diritti altrui. Coloro che soffrono di tale disturbo presentano ripetuti comportamenti di inosservanza e violazione dei diritti altrui, anomalie di carattere e di comportamento che facilitano lo sbocco verso la reiterata commissione di reati.

Si tratta, in genere, di persone che, sin dall’adolescenza, assumono atteggiamenti ribelli e di difficile governabilità. Divenuti adulti questi soggetti si rivelano inaffidabili o indifferenti al lavoro e agli obblighi familiari, si fanno irritabili, aggressivi, inclini alle risse, incostanti nelle relazioni affettive, e cadono facilmente preda di alcol e droghe: più in generale, essi si rivelano male adattati agli oneri che la convivenza sociale impone; intuitivamente in questi soggetti la commissione di reati risulta facilitata.

Nonostante le summenzionate evidenze sembra però che tale consapevolezza nel nostro Paese non sia stata totalmente raggiunta, troppo spesso infatti i maltrattamenti e l’uccisione di animali vengono sottostimati e relegati a reati di serie B, reati minori, sottovalutando così l’importanza predittiva del fenomeno.

Si pensi ad esempio all’atroce uccisione da parte di quattro giovani calabresi del cane Angelo, un dolcissimo randagio di San Gineto (CS) catturato, impiccato ad un albero e colpito a morte. Angelo che trovava ancora, sotto i colpi della mazza, la forza di scodinzolare ai suoi aguzzini che divertiti riprendevano la scena con il cellulare per poi condividere fieri sui social network tale orrore. La famiglia e gran parte della comunità di San Gineto invece di stigmatizzare, come sarebbe stato opportuno, tale condotta, caratterizzata da una crudeltà barbara e gratuita, ha giustificato invece l’accaduto definendolo una semplice bravata e ha sollecitato l’opinione pubblica a non enfatizzare troppo l’episodio visto che si trattava “solo” di un cane.

No, questi episodi non possono considerarsi delle ragazzate, al contrario, devono essere severamente perseguiti, non solo in quanto integranti una condotta di reato, ma anche perché abominevoli e spie di possibili condotte violente contemporanee o future.

Gli atti di violenza perpetrati a danno degli animali vengono spesso considerati di “serie B” poiché compiuti appunto su un animale e non sull’uomo; la nostra società, fortemente gerarchizzata, ha da sempre relegato gli animali nei gradini più bassi della scala sociale. Ma la violenza è violenza, a prescindere dalla specie di appartenenza della vittima.

Del resto fin dall’antichità appaiono del tutto evidenti le caratteristiche che accomunano gli atti di crudeltà agiti nei confronti degli esseri umani e quelli commessi in danno agli animali.

Le vittime non sono forse, in entrambi i casi, esseri viventi e pertanto soggetti meritevoli di tutela? Non patiscono forse lo stesso dolore? Non provano forse la stessa paura? E chi agisce, non è forse spinto dalla medesima crudeltà d’animo e mancanza di empatia?

La logica per prima, i dati statistici e i fatti di cronaca da vera emergenza suggeriscono che sarebbe finalmente opportuno attribuire al fenomeno la sua reale valenza. I tempi sono maturi per sganciarsi dall’antico adagio del “sono solo animali” che induce pericolosamente a sottostimare la gravità di tali condotte e per considerarle finalmente un valido indicatore predittivo di comportamenti antisociali.

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