N.d.R. – Il tema della sperimentazione animale, largamente controverso, ha dato luogo in passato a dibattiti appassionati tra i suoi difensori e i fautori della sua abolizione, nei quali si sono sviluppati anche violenti scontri verbali. Diamo qui spazio all’opinione della Dott.ssa Di Giacomo, lasciando ai lettori la possibilità di commentare ed ai medici e ricercatori favorevoli della sperimentazione animale di sottoporre alla redazione eventuali repliche. Avvertiamo preventivamente che per prevenire il degenerare della discussione, eventuali commenti offensivi o puramente provocatori saranno rimossi senza preavviso.


Pochi anni fa, in una lettera aperta pubblicata su The Lancet (giugno 2011) numerosi scienziati inglesi hanno espresso una forte preoccupazione al primo ministro Andrew Lansley, per i numerosi decessi dovuti a reazioni avverse ai farmaci. Questi, secondo gli scienziati, sono in parte causati dalla sperimentazione animale che precede la commercializzazione: «Un topo non è un essere umano […] Il 50% dei composti innocui nei ratti danno prova di non essere innocui negli esseri umani, quindi è davvero come fare il lancio di una moneta».

Pensate quanto l’uomo sia andato avanti nelle innovazioni, nelle scoperte che hanno rivoluzionato la scienza, le tecnologie che fino a qualche decennio fa potevano sembrare fantascienza, ebbene noi oggi, nel  XXI secolo, affidiamo la nostra salute al semplice gesto di tirare in aria una monetina.

Facciamo un piccolo passo indietro spiegando come viene prodotto un farmaco. Prima si sperimenta sul modello animale (variabilissimo nelle risposte a seconda della specie animale, del ceppo, delle condizioni di stabulazione, ecc …) la molecola che dovrebbe diventare farmaco, successivamente questa deve essere sperimentata, per legge, anche sull’essere umano. Ci sono quindi varie fasi della sperimentazione: la fase pre-clinica (sul modello animale e/o anche in vitro, cioè su cellule) e poi la fase clinica sull’uomo. La fase clinica a sua volta prevede più fasi: Fase I, II, III e IV.

La Fase I prevede, a parte l’eccezione, a volte, in campo oncologico e per l’HIV, in cui possono essere volontari malati, la sperimentazione su volontari sani. Si studiano gli effetti collaterali e la tossicità della molecola in esame su persone perfettamente sane che accettano volontariamente di sottoporsi alla sperimentazione. Questa fase di studio è la fase più delicata, in quanto si sottopongono persone non malate, dietro compenso economico, a testare gli effetti nocivi potenzialmente mortali di una determinata sostanza, di cui non si conosce quasi nulla essendo stata testata, precedentemente, su un modello non predittivo per l’essere umano.  Il limite etico di questa fase è notevole: persone che per denaro si sottopongono ad una ricerca che le mette seriamente a rischio, spesso per un bisogno economico e/o  per ignoranza, e senza alcuna potenzialità di trarre vantaggio dall’utilizzo della molecola, essendo perfettamente sane. Ci sono persone che per necessità economiche, si sottopongono ripetutamente a ricerche di Fase I senza rispettare il periodo di sospensione previsto, tra una ricerca e l’altra, con grave rischio di effetti nocivi. Sull’enorme limite etico di una ricerca condotta su volontario sano ci torneremo successivamente dovendo toccare un tema molto delicato relativo all’utilizzo di cavie umane completamente inconsapevoli, mi riferisco alla sperimentazione di farmaci nei paesi del terzo mondo.

Nello studio di Fase II, definito anche terapeutico-esplorativo, si indaga su volontari malati, l’attività terapeutica della sostanza in esame, e si cerca di definire quale potrà essere la dose migliore. Lo studio viene condotto dividendo i pazienti in due gruppi a ciascuno dei quali è somministrata una dose differente di farmaco e quando eticamente possibile, un placebo (una sostanza senza alcuna attività terapeutica). Per evitare che la somministrazione del placebo influenzi i risultati della ricerca, le valutazioni vengono condotte senza che il paziente (studio in singolo cieco) o sia il medico che il paziente (doppio cieco) conoscano il tipo di trattamento.

Si passa quindi alla Fase III o terapeutico-confermativo. Questa fase è simile alla precedente, ma il numero dei pazienti arruolati nella ricerca è di centinaia o anche migliaia. In questo caso l’efficacia della sostanza in studio sui sintomi, sulla qualità della vita o sulla sopravvivenza è confrontata con il placebo o con altri farmaci già in commercio. Anche in questa fase vengono controllate frequenza e gravità degli effetti collaterali e lo studio può durare da 3 a 5 anni. In questa fase di sperimentazione il 50% delle molecole che si sono dimostrate efficaci nel modello animale e sull’uomo, nelle fasi precedenti, viene scartato. Le poche molecole che in questa fase si dimostrano essere efficaci e non pericolose, ottengono quindi le dovute autorizzazioni alla commercializzazione. L’ultima fase della ricerca è la Fase IV o fase Post Marketing. Il farmaco è già in commercio e viene tenuto sotto osservazione, si tratta in altre parole di una fase di sorveglianza. Può durare qualche anno, si valutano le reazioni avverse, anche le più rare, quelle che nelle fasi precedenti non si sono evidenziate, ma che con l’uso di massa nella popolazione possono emergere. Un sistema cosi concepito dovrebbe garantire sicurezza per i malati che poi utilizzeranno i farmaci, ma le cose non stanno proprio così.

Gli stessi fautori della sperimentazione animale sostengono che per quanto riguarda i farmaci, gli effetti tossici di questi sulla salute umana, “non possono essere previsti dalla sperimentazione animale”.

Questa posizione trova concorde anche chi non crede nell’affidabilità del modello animale. Ma dove si trova allora la divergenza di scelta diametralmente opposta nel fare o non fare affidamento al modello animale? I ricercatori che la praticano sostengono che gli effetti tossici sono rari rispetto ai benefici. La questione purtroppo è terribilmente seria se si considera che gli effetti nocivi dei farmaci sono fra le prime quattro/sei cause di morte nel mondo!  Sono almeno 100.000 cittadini statunitensi che muoiono ogni anno per effetti avversi a farmaci, risultati innocui sugli animali da laboratorio (JAMA, vol. 279, pag. 1200-1205, 1998) e nell’UE, secondo la Commissione Europea, solo nel 2008, i decessi sono stati 197.000. Secondo l’FDA (Food and Drug Administration) il 92% delle sostanze testate su animali NON funziona nelle prove cliniche sull’uomo. Ne rimane quindi un 8% che diventerà farmaco. Se si considera che il 51% dei farmaci che entrano in commercio ogni anno negli USA, provoca gravi reazioni avverse, anche mortali (JAMA, vol. 279: 1571-1573, 1998)  rimane  un misero 4% di farmaci che funzionano sull’animale e anche sull’uomo. Quindi il 4% è l’attendibilità della Sperimentazione Animale, nel prevedere reazioni avverse ai farmaci. Viene da chiedersi chi di noi prenderebbe un aereo che ha la probabilità del 4% di atterrare? Come si può ancora oggi, affidare la salute umana ad un metodo di ricerca che fallisce nel 96% dei casi? Esempi di disastri in campo farmacologico, non occorre ricordarlo, sono purtroppo tantissimi. Prendiamo il caso rofecoxib: è risaputo ampiamente che già in fase pre-clinica  e anche successivamente, prima della commercializzazione, gli effetti collaterali gravissimi e non proprio tanto rari, erano ben noti e, nonostante questo, il farmaco è stato commercializzato ugualmente! A cosa è servito sperimentare su animali?

Parliamo allora di talidomide: “cavallo di battaglia” per chi non crede nella scientificità della sperimentazione animale, ma citato come “eccezione” da chi la sostiene. Alcuni ricercatori  sostengono che l’esperienza del caso talidomide abbia portato ad un “miglioramento delle prove di tossicità”. Affermazione che ritengo essere alquanto discutibile! Vediamo perché.

Lo scandalo del Talidomide ha fatto storia, ed è per questo motivo che viene sempre citato da chi si oppone alla sperimentazione animale per motivazioni scientifiche. Il farmaco, all’atto della commercializzazione, fu pubblicizzato come “talmente innocuo da poter essere utilizzato anche per le donne in gravidanza”, senza peraltro averne testato precedentemente la teratogenicità*. A disastro avvenuto si iniziò una ampia sperimentazione su tutti gli animali possibili. Ma la sperimentazione sull’animale non portava alle stesse conclusioni di quello che invece si era verificato purtroppo nell’uomo. Così si continuò a sperimentare sugli animali, anche mentre era già in corso il processo contro la Chemie Grunenthal (casa farmaceutica che produceva il farmaco),  al fine di dimostrare a tutti i costi, sul “modello” animale, la teratogenicità del talidomide. Sarebbe stato uno “scacco matto” per i fautori del modello animale (come d’altronde è stato!), e pur di continuare ad ostinarsi in tale metodo di ricerca, vennero utilizzate sugli animali dosi elevatissime di farmaco, fino a 300 (!) volte superiori a quella che era stata usata sull’uomo e che aveva prodotto gli effetti devastanti che ben conosciamo. A questi dosaggi qualsiasi sostanza, anche lo “zucchero” (era stata definita: una molecola innocua come una “zolletta di zucchero”) sarebbe diventata nociva! Per anni si continuò a sperimentare su tutte le specie animali possibili e di 150 razze diverse di conigli, si ottennero alcuni rari casi di focomelia solo sul coniglio bianco neozelandese, ma a dosi comprese fra 25 e 300 volte superiori a quella usata nell’uomo. Si ottennero anche malformazioni su una specie di scimmia, ma sempre a dosaggi elevatissimi rispetto alla dose umana. Nel 1975 JAMA riportava che l’uomo è risultato essere 60 volte più sensibile al talidomide che non il topo, 100 volte più sensibile del ratto, 200 volte più sensibile del cane e 700 volte più sensibile del criceto. Widikund Lenz, pediatra tedesco, fu il primo medico che ebbe l’intuizione di una correlazione fra talidomide e casi di teratogenesi. Il primo caso registrato di focomelia causata dal farmaco, risale al 25 dicembre del 1956, ma nel 1957 il farmaco fu ugualmente messo in commercio. Seguirono altri casi di nati focomelici, ma la sperimentazione sugli animali non portava alle stesse conclusioni e questo ritardò notevolmente il ritiro dal commercio del farmaco. Le dichiarazioni del dottor Lenz, basate su un riscontro epidemiologico con centinaia di casi di bambini focomelici, furono ignorate per almeno cinque anni, così il farmaco fu ritirato dal commercio solo nel 1962, quando oramai la catastrofe era avvenuta: 10.000 bambini nati focomelici. Il volersi ostinare a riprodurre a tutti i costi sugli animali la teratogenicità, ha avuto un ruolo essenziale su questa tragedia, sarebbe bastato testare in vitro, su tessuti umani e la risposta sarebbe arrivata, a conferma delle osservazioni cliniche ed epidemiologiche già note.

Definire tutto questo scientifico, e che ha poi portato ad un “miglioramento delle prove di tossicità”, offende non solo la vera Scienza, ma anche l’intelligenza, di chi in essa crede.

* Il termine teratogeno indica un agente o un fattore che può provocare anomalie nello sviluppo di un embrione, di un feto o di un neonato.

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