È noto che il costo dei farmaci ad uso veterinario — a parità di principio attivo e dosi utili — risulta sproporzionato, in eccesso, rispetto a quello dei farmaci umani. Altrettanto note o quantomeno intuibili le ragioni.

Quelle (economiche) dell’industria farmaceutica, che gioca la sua partita — e cerca di giocarla al meglio — all’interno di un mercato molto meno esteso a parità se non con costi di studio, ricerca, sperimentazione e registrazione forse superiori a quelli impiegati per il farmaco umano. Quelle di un legislatore che spesso sordo alle istanze animaliste ciclicamente mostra, soprattutto in tempo di elezioni, un certo interesse alla questione animale e quindi anche al problema del costo elevato del farmaco veterinario. Che non è (solo) un problema di filiera produttiva, di ricarichi, di margini di guadagno, di tasse. Di speculazione delle case farmaceutiche e di interessi delle farmacie. È — prima di ogni altra cosa — un problema morale, etico, giuridico, di sistema. Sicuramente di negazione di diritti. Quegli degli animali, la cui cura rimane una eventualità, subordinata alle possibilità o meno del relativo proprietario di poterlaaffrontare sotto il profilo economico. Possiamo ritenerlo un problema secondario rispetto ad altre priorità o emergenze (il nostro è un paese che ragiona per emergenze, senza mai risolverne la causa). Antropocentrismo giuridico a parte, così ragionando il tema della questione animale non si affronterebbe mai. Peraltro gli animali non hanno voce, e questo rende più difficile il tutto. Possiamo dunque fare finta di nulla, volgere lo sguardo altrove. E dunque di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando del fatto che un animale è per tutta la vita. La sua vita, non quella del suo compagno umano (particolare che sfugge a tanti e giuridicamente ha la sua importanza). E poiché ogni scelta è condizionata dall’esercizio di una effettiva libertà, entrambe vengono quantomeno fortemente compromesse. Stiamo parlando della non trascurabile incidenza di spesa sul bilancio dello Stato (e degli altri enti pubblici) considerato che in Italia vi sono non poche strutture (canili) che ricevono contributi pubblici per l’assistenza e cura degli animali. Stiamo parlando di una società che rivendica la senzienza in capo agli animali (dimenticandone alcuni, quegli invisibili) e che, allo stesso tempo nega l’accesso alle cure in loro favore con dispregio di quanto dispone l’articolo 2 della Costituzione italiana (il pet fa parte delle formazioni sociali ove l’uomo svolge la propria personalità). Una società che avendo deciso, a torto o ragione, per necessità o vocazione antropocentrica, di non farsi carico di alcuna spesa veterinaria e farmaceutica (concedendo una irrisoria e impercettibile detrazione fiscale su tali esborsi) mantiene aliquote gravose (22%) sulle prestazioni medico veterinarie (comprese sterilizzazione e microcippatura) che, sia chiaro, sono e devono rimanere necessario e insostituibile presupposto della prescrizione del farmaco. Prestazioni che se hanno costi importanti è perché è altrettanto importante l’investimento che il medico veterinario o la struttura veterinaria sopporta per offrire una professionalità che verosimilmente non ha eguali in Europa. Stiamo parlando di un vero e proprio vulnus nei confronti dei medici veterinari molto ben sintetizzato da FNOVI (in occasione della presentazione del “position paper” in tema di costo del farmaco per gli animali d’affezione) per cui «il medico veterinario è lasciato solo, a valle, a subire gli interessi di una filiera che tuttavia non risponderà, all’utente finale, in termini né di ragioni economiche né emotive delegando a lui di difendere le ragioni di tutti salvo le proprie, quelle del suo paziente e del suo cliente».

Ed è la legge che lascia “solo” il medico veterinario, obbligandolo a prescrivere quel medicinale (ad uso veterinario) disponibile sul mercato impedendogli di ricorrere ad un medicinale (umano) che, in scienza e coscienza dovesse ritenere più efficace o più adatto di quello veterinario autorizzato, salvo ricorrervi solo avendo osservato il principio del c.d. uso in deroga (o cascata) di cui all’articolo 10 del decreto legislativo n.193/2006. Una norma che comprime in modo importante quella che deve rimanere una incomprimibile autonomia prescrittiva del medico veterinario il quale, nella pratica quotidiana, esaurito l’aspetto diagnostico deve affrontare quello terapeutico, altrettanto importante, e valutare la possibile difficoltà per il paziente di reperire un certo farmaco veterinario (non è infrequente che le farmacie non ne dispongano), magari in una situazione di urgenza della sua somministrazione e nella consapevolezza di una prognosi di assunzione sine die di quello stesso (costoso) farmaco veterinario. Del problema dell’elevato costo del farmaco se ne parla dalla notte dei tempi. In Europa si attende il varo del nuovo regolamento sul farmaco veterinario. Nel Parlamento italiano se ne “chiacchera” almeno da un decennio. Oggi in commissione sanità sono in discussione due disegni di legge (ddlnn. 499 e 540) in virtù dei quali l’art. 10 dovrebbe essere modificato nel senso di trasformare l’uso in deroga da eccezione a regola, giustificandolo ogni volta che «non esistono molecole attive registrate e autorizzate in medicina veterinaria, con eccipienti e con vie di somministrazione (non si parla però di composizione quantitativa che spesso è determinante) ritenute idonee dal medico veterinario responsabile per la cura di una patologia». Alcuni commentatori intravedono il rischio che questo superamento della prima scelta obbligata in favore del farmaco veterinario possa favorire, di fatto, il farmaco generico ad uso umano. Per opinione pacifica del mondo veterinario scientifico e clinico, i farmaci ad uso umano pur avendo in comune diversi principi attivi con quelli ad uso veterinario presentano differenze sostanziali in termini di formulazione e concentrazione di questi stessi principi, eccipienti e posologia così che ritenere aprioristicamente che ciò che è efficace per l’uomo lo sia anche per l’animale non corrisponde al vero. Un farmaco prodotto e pensato per un essere umano è altra cosa rispetto ad un farmaco pensato, studiato e sperimentato per gli animali. I principali attori di questa partita, i medici veterinari, da tempo indicano — per tramite delle diverse associazioni di categoria — quelli che potrebbero essere i correttivi alla anomalia dell’elevato costo del farmaco veterinario (non trovando sempre però interlocutori capaci di dare concretezza ai loro desiderata, Ministero della Salute compreso nonostante, rispetto agli esecutivi, goda di una prospettiva di stabilità senza dubbio più duratura e dunque potrebbe dare concreta e veloce attuazione almeno ad alcune istanze avanzate). Vediamole in breve.

È auspicato uno sviluppo dei farmaci generici veterinari resi però individuabili per principio attivo e non, come avviene adesso, per nome di fantasia. Farmaci generici che di fatto coprono una buona fetta del mercato ma che incontrano sempre difficoltà di affermazione, sia per quanto sino ad ora premesso (le farmacie non sono associazioni filantropiche), sia per una certa resistente diffidenza verso gli stessi (forse dovuta al nome di generici) e sia perché la norma (art. 78 del decreto 193/06) ne rende di fatto complicata (per il farmacista) la dispensazione. È altresì auspicata la riduzione del prezzo dei farmaci veterinari salva vita e di quelli per le terapie di lunga durata; si teorizza un all’allargamento delle maglie della cessione del farmaco in favore dei medici veterinari senza sconfinare nella vendita (oggi può essere ceduto solo il farmaco utilizzato dal professionista nell’atto curativo limitato alla visita). Soprattutto, e questo e forse uno dei correttivi più illuminati sotto il profilo della riduzione dei costi e quindi di un sensibile risparmio dei consumatori finali, si chiede di bandire lo spreco del farmaco ad uso veterinario secondo il principio per cui se ne usa quanto serve e quando serve, come già avviene in buona parte nel resto dell’Europa. Come buon auspicio diamo atto del fatto che sempre in sede di commissione sanità del Senato è stato or ora adottato un testo unico che riunisce i due disegni di legge pendenti in tema di commercializzazione dei farmaci veterinari stabilendo una riduzione non inferiore al 20% del farmaco veterinario generico rispetto a quello veterinario di riferimento e la cessione frazionata dei farmaci veterinari da parte dei farmacisti. Personalmente sono portato a pensare che la partita potrà essere vinta più sulla concreta attuazione di questi auspici che sull’approvazione finale e definitiva di una riforma della legge oggi esistente in tema di farmaco veterinario. Ogni riforma, ogni novità normativa introdotta rischia di essere inficiata, in una qualche più o meno maggiore o minore misura, dalla grave e persistente mancanza di un espresso riconoscimento della dignità e senzienza animale a livello quantomeno di codice civile. Un riconoscimento che, tra le tante conseguenze importanti, potrebbe condurre a ipotizzare una medicina veterinaria convenzionata (invero già oggi, come già in passato, ci sono tentativi in tale senso) e costi dei farmaci veterinari in linea con quelli umani. Magari con una reale e concreta deducibilità delle spese veterinarie e altrettanto concreta defiscalizzazione delle stesse.

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