La risposta è nella stessa legge delega n.175/2017 che contempla —come prassi vuole — i c.d. pareri obbligatori che il Governo (cioè il Consiglio dei Ministri che deve approvare il decreto legislativo) deve richiedere al Parlamento (invero alle commissioni competenti) che, se pur non vincolanti, obbligano il Governo, nella ipotesi di loro non osservanza, a motivare tale opzione. La seconda risposta ci perviene dalla più recente giurisprudenza costituzionale che, invertendo una rotta che andava nella direzione opposta, laddove la legge delega sia carente di direttive, limita il Governo a svolgere un’attività di mero riordino e non di innovazione. I costituzionalisti parlano di delega piatta.

Ecco perchè sono scettico rispetto a questo atteso decreto legislativo, pronto a fare ammenda in caso contrario, chiedendomi oggi se davvero la strada della legge delegata era necessaria per giungere ad un provvedimento di abolizione dell’utilizzo degli animali all’interno dei circhi. Questo non significa ridurre la questione del circo e della sua diversa sopravvivenza ad una questione bagatellare. Sono consapevole delle insidie che tale esercizio comporta: censimento degli animali impiegati nei circhi; impedimento della loro riproduzione; tempi ragionevoli di una applicazione dell’emanando decreto legislativo; collocamento degli animali; collocazione del personale dismesso. Da non sottovalutare, inoltre, la necessità di porre oneri aggiuntivi a carico delle finanze pubbliche, dato che di il mantenimento degli animali “liberati” non potrà certo essere imposto né ai circensi né alle associazioni animaliste.

Penso però che forse il Parlamento avrebbe potuto mostrare più coraggio, magari demandando ad un regolamento governativo una più puntuale articolazione della legge approvata ma rimanendo esso stesso protagonista di questa svolta epocale. Mi sorge allora un dubbio che non riesco a fugare: e se attraverso la delegazione legislativa avesse voluto invece deresponsabilizzarsi rispetto ad un tema comunque di notevole impatto sociale?

Anche su tale aspetto — quello dell’impatto sociale del tema in discussione — ho alcune osservazioni che vorrei partecipare a color che avranno la cortesia di perdere qualche minuto leggendo queste mie riflessioni.

Siamo così sicuri che quella linea di demarcazione alla quale già Umberto Veronesi faceva riferimento parlando della questione animale sia stata traslata così tanto da rendere automatica e scontata una decisione del Parlamento? E allora perchè quello non ha legiferato direttamente? E se ha davvero voluto delegare ad un organo più tecnico questo compito perché è stato così parco di direttive e criteri ispiratori riferiti segnatamente a questo fine di eliminazione degli animali dai circhi? La delega, non va ricordato, rientra in un operazione di più ampio respiro e spettro e riguarda il mondo dello spettacolo di cui l’attività circense rappresenta una parte assai modesta.

In un tema assai delicato — sicuramente più delicato dell’utilizzo degli animali all’interno dei circhi — quale è quello della sperimentazione animale, vorrei citare due fatti apparentemente diversi e lontani che ritengo però significativi.

Il primo riguarda un certo signore che negli anni 90 aveva definito i vegetariani quali persone violente ricavandone una denuncia penale prima e un decreto di archiviazione dopo sul presupposto che non poteva configurarsi il reato di diffamazione perché quelle affermazioni altro non erano che intime convinzioni. Il secondo è riferibile alle motivazioni della sentenza di condanna del Tribunale penale di Milano (giugno scorso) nei confronti di alcune persone che si resero autori dell’occupazione dello stabulario del dipartimento di Farmacologia dell’Università di Milano. «La ricusazione della sperimentazione scientifica, ai fini della ricerca, sul modello animale è opinione, in sè rispettabile, ma non supportata da un generale consenso sociale, nè conforme alla morale e ai costumi condivisi dalla prevalenza coscienza collettiva (tanto che la sperimentazione è prevista e disciplinata dalla legge, seppur nei limiti prefissati dall’apposita disciplina; inoltre i dibattiti e le discussioni sull’argomento sono proprio il sintomo della mancanza di un attuale e generale apprezzamento positivo e costituiscono, al contrario, la dimostrazione di larghe fasce di contrasto sul punto nella società  italiana contemporanea)».

Non tenere conto di tanto costituirebbe un errore anche se, come diceva Sant’Agostino, la speranza ha due meravigliosi figli: l’indignazione e il coraggio.

Mi pongo un ulteriore problema che è quello dell’efficacia giuridica delle norme di delegazione che dovessero rimanere eventualmente inattuate. 

Se avessero pregio le premesse svolte sino a questo momento si potrebbe concludere che optando per la delega il Parlamento ha dichiarato la propria impossibilità / incapacità a emanare un provvedimento ad hoc sulla materia e che dunque, nella ipotesi di mancata emanazione del richiesto decreto legislativo, non sarebbe possibile attribuire alla legge delega alcuna efficacia attuativa. Una sorta di tamquam non esset. E questo costituirebbe una sconfitta per la c.d. questione animale. Alcuna dottrina ritiene però che sino ad una manifestazione di volontà chiaramente derogatoria o estintiva di quelli che sono i principi e criteri di cui alla legge delega, questi dovrebbero mantenere una qualche efficacia non potendosi dedurre dalla mancata attuazione del decreto legislativo il venir meno della legge delega. Prospettazione sicuramente in bonis ma alla quale segue un interrogativo inquietante: quali sono i principi e criteri di cui alla legge delega sul graduale superamento degli animali all’interno dei circhi?

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