Pochi giorni fa un giovane leone1 è stato dissezionato in pubblico davanti a 300-400 persone nello zoo della città di Odense, in Danimarca. L’animale, di circa nove mesi di vita, non era morto per cause naturali ma era stato deliberatamente ucciso insieme ad altri due fratelli, un maschio e una femmina.

Alla base della decisione il poco spazio a disposizione della struttura, che costringeva a tenere i tre giovani leoncini nella stessa recinzione dei genitori. Appena raggiunta la maturità sessuale, si sarebbero probabilmente accoppiati tra di loro o con i genitori. Il fenomeno, detto di endogamia, è molto comune negli spazi ristretti come gli zoo e porta alla degradazione del patrimonio genetico. Questo motivo sarebbe stato alla base della decisione dello zoo di eliminarli, non essendo essenziali per la conservazione della specie.

Particolare raccapricciante è che lo “spettacolo” sia avvenuto davanti a un pubblico composto in parte da giornalisti e fotografi ma soprattutto da bambini, ai quali è stato imposto di assistervi, per le sue presunte finalità educative. Adesso gli altri due fratelli restano in un freezer e saranno probabilmente oggetto di iniziative simili nel prossimo futuro.

Proprio il coinvolgimento dei più piccoli, complice anche la scelta di una data che in Danimarca è festiva, ha fatto montare l’indignazione dei media internazionali. In verità, i danesi non sbagliano nel ribattere che la dissezione è pratica ancora comune nelle scuole di tutto il mondo2, anche se ad essere spesso allevati e uccisi appositamente per essere sezionati nelle classi di biologia sono animali considerati meno nobili, come rane e ratti.

Interpellato a tale proposito dai media internazionali, il direttore dello zoo ha dichiarato che di dissezioni in pubblico se ne sono fatte tante negli ultimi 20 anni in quello zoo e di certo non per divertimento, bensì a scopo educativo, spiegando che «è importante non attribuire agli animali caratteristiche umane che essi non hanno». In effetti, altri animali hanno subito la stessa sorte negli anni, tra cui un vitello e anche altri leoni, un cammello, un pony e un tapiro, stando a quanto dichiarato alla BBC da una responsabile dello zoo.

A bene vedere, il nodo cruciale, su cui i media hanno fatto fatica a concentrarsi, troppo presi come sono dal commentare l’episodio finale, è proprio l’estrema facilità con cui gli zoo uccidono i propri ospiti. Per uno zoo che ospita tanti animali della stessa specie, il valore di uno o pochi individui si riduce drasticamente e per fare spazio si può arrivare a decidere impunemente di sacrificarli.

Per la verità, casi come questi accadono  più spesso di quanto si immagini. Ricorderete tutti il caso di Marius, la giraffa uccisa a febbraio 2014 nello zoo di Copenhagen e poi data in pasto ai leoni, dopo una pubblica autopsia. Anche Marius era del tutto sano ma fu ucciso perché nato in endogamia, cioè da due esemplari che tra loro erano parenti stretti ed era quindi considerato geneticamente inadatto alla riproduzione.

La decisione fu avversata e finì sui giornali di tutto il mondo ma ciò non bastò, appena un mese dopo, a salvare una famiglia di 4 leoni (due anziani non più in età riproduttiva e due cuccioli), che vennero uccisi sempre nello stesso zoo e per le stesse ragioni. Addirittura l’uccisione (definita “eutanasia”) venne fatta passare come nell’interesse degli animali, poiché dovendo fare spazio a un nuovo esemplare maschio in piena età riproduttiva (e portatore di geni esterni al gruppo, quindi più preziosi), era necessario eliminare i rivali delle due femmine del gruppo, che sarebbero stati uccisi dal nuovo arrivato alla prima occasione. In quel caso, memori delle polemiche scatenate dalla notizia di Marius, venne evitata la dissezione in pubblico.

Ma non basta. Iniziando a indagare, si scopre che ogni anno migliaia di animali sono uccisi negli zoo in Europa, perché vecchi e malati, per mancanza di spazio o per altre futili ragioni. D’altronde, gli zoo non fanno mistero che il loro scopo è preservare la specie, non i singoli animali. Purtroppo si tratta di numeri approssimati, perché non esistono registri pubblici e gli stessi zoo si limitano a registrare come decessi anche gli abbattimenti.

È il lato nascosto di queste strutture, che anche se si ammantano di scopi scientifici come la ricerca e conservazione della specie, in fin dei conti seguono logiche imprenditoriali, quindi spietate. A tale proposito, la European Association of Zoos and Aquariums (EAZA), un’organizzazione internazionale che raggruppa zoo e acquari in Europa3 e alla quale è associato lo zoo di Odense, nel commentare l’episodio e le polemiche insorte, fa sapere sul proprio sito internet che uccidere animali «è una di tra le soluzioni scientificamente valide per garantire la sostenibilità genetica e demografica nel lungo temine delle popolazioni animali […] insieme alla contraccezione e al trasferimento», aggiungendo che l’animale in questione è stato ucciso “umanamente”. Quanto alla scelta di eseguire la dissezione in pubblico, la EAZA la ritiene una scelta valida ma riconosce che questo genere di pubbliche dimostrazioni possono non essere ben accetta in tutte le culture4.

Si ritrovano quindi negli zoo le stesse odiose logiche che accompagnano ogni industria di sfruttamento animale. Non a caso, il prof. Peter Sandøe, docente di bioetica presso l’Università di Copenhagen ed ex presidente del Consiglio di etica animale danese, intervistato dal britannico Guardian, chiede rispetto per le tradizioni del suo paese, tra le quali fa rientrare appunto le dissezioni di animali e riconduce il dibattito sul piano strettemente etico, denunciando l’ipocrisia di provare compassione per gli animali esotici degli zoo così come per i propri animali domestici ma al tempo stesso continuare a mangiare carne. La conseguenza di questo ragionamento è che se la nostra società trova accettabile uno dei due comportamenti (il mangiar carne), non può condannare l’altro (uccidere animali in surplus), essendo basati entrambi sulla stessa premessa della superiorità degli esseri umani e sulla loro possibilità di disporre degli animali a loro piacimento.

Per concludere, possiamo dire che episodi come quelli capitati in Danimarca, raggiungendo il grande pubblico, hanno il pregio di spezzare l’incanto degli zoo, che smascherati, appaiono in tutto il loro squallore, come vere e proprie prigioni per animali. Per questo, sempre più persone non li considerano più luoghi di svago, dove portare i bambini la domenica; ecco che si inizia finalmente a percepire che dietro le gabbie vi sono individui privati del loro hanitat e della loro libertà, costretti a vivere ogni attimo della loro vita davanti al pubblico, fotografati e osservati, violati nella loro intimità. Non vi sono giustificazioni oggettive per tutto ciò e anche se vi fosse una reale esigenza di conservazione della specie, non sarebbe questo il modo corretto di provvedervi. In Italia, le persone contrarie agli zoo sono in aumento (nel 2015 solo il 46,7% sono a favore, contro il 56,2% del 2014) e l’avversione aumenta per i delfinari, che il 64,8% della popolazione vorrebbe chiusi.

NOTE

1  Inizialmente era stato annunciata la dissezione della femmina, poi è stato optato per uno dei due maschi.

2 Nei soli Stati Uniti è ancor praticata nell’84% delle classi e si stima che siano almeno 6 milioni gli animali sezionati: http://www.navs.org/education/dissection-in-the-classroom.

3 In Italia sono 11 gli aderenti alla EAZA, tra i quali al momento in cui si scrive figurano il Bioparco di Roma e l’Acquario di Genova. Sulla home page dell’organizzazione vi è una mappa interattiva che consente di visualizzare tutti gli aderenti: http://www.eaza.net

4  Anche la Organizzazione Mondiale di Zoo e Acquari (WAZA) difende l’accaduto, sostenendo che sono differenze culturali a far percepire la pratica come controversa, nonostante sia considerata accettabile altrove: http://www.waza.org/en/site/pressnews-events/news/waza-statement-on-lion-dissection-at-odense-zoo

 

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