Vi proponiamo un estratto del saggio “I genitori adottivi dell’essere umano” di Roberto Marchesini, apparso sull’ultimo numero della rivista Animal Studies “Animali Totem”.
Qual è il motivo che ci spinge ad essere così affascinati da lupi, orsi e altri animali che possiamo definire totemici? Marchesini rintraccia la radice di questo appeal, capace di polarizzarsi in sentimenti contrastanti, nel fatto che tali animali sono, per la nostra specie, luoghi epifanici, vale a dire centri d’ispirazione esistenziale, spazi di ammirazione ed emulazione che hanno fatto emergere nuove dimensioni ontopoietiche. La nostra specie è andata a scuola dagli orsi, dai lupi, dai gatti, dagli uccelli per imparare le sue coordinate esistenziali. 

Le altre specie come partner ibridativi

La storia dell’uomo è perfusa di presenze eterospecifiche, si tratta perciò di un’area tematica sterminata che merita di essere indagata attraverso una pluralità di discipline capaci di coglierne i dettagli specifici. Tra questi presupposti possiamo sottolineare una serie di assunti, per esempio ammettere che: (1) tra uomo ed eterospecifico ci possa essere un incontro intersoggettivo e, di conseguenza, un campo di transazione, ossia di avvicinamento e ibridazione; (2) l’incontro relazionale possa dar luogo a una vera e propria epifania ontopoietica quale ispirazione di un altrove-possibile ontologico ed esistenziale; (3) l’incontro liberi e metta a disposizione delle referenze, quali contributi di indirizzo antropo-decentrativo con esiti antropo-poietici non impliciti nel retaggio filogenetico dell’uomo; (4) l’uomo come sistema aperto e dipendente dall’esterno abbia bisogno di relazione con il non-umano come qualunque sistema in non-equilibrio; (5) la storia dell’uomo possa essere interpretata come un percorso di apertura verso nuove dimensioni da rileggere alla luce dei contributi del non-umano.

Qual è in definitiva il filo rosso che lega tutte queste affermazioni? In pratica, che non è possibile comprendere la complessità ontologica dell’essere umano attraverso la sola ricognizione interna sulle caratteristiche filogenetiche, ovvero che non è possibile fondare l’umano iuxta propria principia.

Esiste un’eccedenza nell’umano destinata a restare incomprensibile se consideriamo la multiformità predicativa attraverso un’ottica autarchica e autofondata, se cerchiamo l’espressione culturale quale emanazione di una pregnanza filogenetica – come fanno i sociobiologi – o quale compensazione di una carenza – come fanno gli umanisti – perché tale eccedenza non è recuperabile nella natura umana, non per estensione del fenotipo e non quale calco negativo dell’incompletezza.

Se è vero che la ridondanza e la plasticità della natura umana hanno reso possibile il desiderio, la proiezione e la declinazione ontopoietica, il risultato predicativo dipende anche dall’apporto offerto dall’alterità animale. La proiezione nel volo che ha dato vita a così tante predicazioni culturali è sicuramente frutto del desiderio, dell’inquietudine, dell’empatia e della capacità declinativa dell’essere umano, ma non è comprensibile senza la controparte epifanico-esemplificativa degli uccelli.

Voglio dire che il volare, la levità nella danza classica, la figura della dimensione angelica – solo per fare qualche esempio – sono incomprensibili facendo esclusivo riferimento all’essere umano, anche nei termini di entità desiderante, perché tali dimensioni predicative sorgono in virtù di un incontro epifanico, vale a dire di una rivelazione che all’essere umano viene offerta da un’alterità. Le predicazioni di cui sopra sono pertanto incomprensibili senza il contributo rivelativo degli uccelli.

È indubbio che ci siano specie che più di altre abbiano svolto il ruolo di referenza ibridativa, perché capaci di destare ammirazione, meraviglia, sconcerto, paura o semplicemente perché in grado di interpretare meglio l’anelito desiderante e quindi di suscitare invidia ed emulazione oppure di essere luogo di confronto. Queste specie rappresentano, a tutti gli effetti, una sorta di genitori adottivi dell’essere umano cosicché, se per gli aspetti filogenetici è evidente la prossimità parentale con i primati e in particolare con il gruppo delle antropomorfe, per gli aspetti culturali l’essere umano ha adottato stili che nulla avevano a che fare con una sorta di eredità comune di ordine filogenetico.

Sono proprio questi abiti alieni, spesso contrastanti con la stessa dotazione filogenetica dell’essere umano, con la sua morfologia e con il suo habitus espressivo e comportamentale, ad aver inaugurato processi decentrativi, vere e proprie prese di distanza rispetto alla condizione naturale o di gravitazione specie specifica. Per l’uomo del Paleolitico, l’alterità animale rappresenta in modo preclaro il senso del sublime, il luogo del thaumatos, sia in termini di meraviglia sia in quelli di paura. L’animale è la vertigine, è ciò che sovrasta, è il principio del sacro. Alla sua fonte l’essere umano disseta la propria inquietudine desiderante, appropriandosi delle diverse virtù presenti nel catalogo zoomorfo e diventando egli stesso l’iperanimale inclusivo, un’entità distesa in modo orizzontale tra le altre specie e più di ogni altra instabile nei propri panni filogenetici.

Difficile recuperare i fili di narrazione perdute, frammentate qua e là in reperti preneolitici di manufatti e disegni rupestri, ove a campeggiare sono i mastodonti di una fauna pleistocenica oggi definitivamente scomparsa. Di certo la grande mole doveva segnare in modo profondo sia quel misto di ammirazione e tremore, che abbiamo detto alla base del senso del sublime, sia l’eccitazione e lo stordimento, il bisogno d’ingraziarsi quella magnificenza trascendente la condizione umana, perciò afferente al senso del sacro e in odore di apoteosi.

La vocazione peripatetica dell’essere umano lo porta oltre i confini dell’Africa, nell’apertura di orizzonti
sconfinati delle steppe euroasiatiche come nelle brumose terre del Nord, e l’alterità animale diviene la bussola e lo spirito guida a dare indicazioni nel cammino di sopravvivenza. Gli animali rappresentano la vera controparte capace di frammentarsi in un pluriverso di presenze e parimenti di rappresentare un’unica matrice panica da venerare e da ingraziarsi. Ci sono animali che con più frequenza l’essere umano trova lungo il suo itinerario di vita; tra questi, ricordo l’orso e il lupo, due specie straordinariamente prossime, empaticamente immedesimative ed epifaniche per una serie di caratteristiche. Entrambi condividono con l’essere umano la tendenza onnivora di ricerca e rappresentano dei competitori naturali della nostra specie. L’orso ricorda una prossimità-fratellanza perché assume posizioni verticali e bipedi e perché abitante le grotte frequentate dagli uomini, mentre il lupo per la complessa struttura sociale e per i comportamenti collaborativi tanto nella caccia quanto nella difesa del territorio. Orso e lupi divengono così i genitori adottivi più importanti per l’essere umano del tardo Paleolitico e del Mesolitico.

La storia con il lupo diverrà ben presto ancora più complessa quando, intorno a circa 40.000 anni orsono, inizierà quel processo articolato e reciprocante della domesticazione del cane. Quando i primi lupi entrano stabilmente nelle comunità umane, i bambini iniziano a crescere avendo come referenti educativi – in termini di modelli, zone di crescita prossimale, basi sicure, partner di gioco – non più solo controparti umane bensì eterospecifici in grado pertanto di fornire nuove coordinate ontogenetiche. Gli umani subiscono un’ibridazione ancor più rilevante, assumono stili e abitudini mutuate dai lupi proprio in virtù della promiscuità che si viene a inaugurare.

Diversi autori hanno sottolineato l’importanza del lupo-cane come fattore ibridativo che importa nella dimensione  di sviluppo comportamenti che non fanno parte del corredo antropico. In alcuni saggi,io stesso ho parlato di una sorta di “licantropia” iniziatica che si viene a compiere negli ultimi millenni del Paleolitico modificando profondamente il profilo identitario dell’essere umano. Nuove strategie venatorie, complementazioni sensoriali nelle modalità di monitoraggio ambientale, concertazioni di squadra nel procacciamento delle risorse, maggiori capacità di sorveglianza e guardiania territoriale, imbrancamento delle mandrie di erbivori e loro controllo, possibilità di ristoro in fasi del sonno più prolungato e più profondo sono solo alcuni dei lasciti derivanti dalla presenza del cane.

Il cane rende possibile una maggiore stanzialità, un’incrementata efficacia ed efficienza nel reperimento del cibo, una condizione di relativa sicurezza, peraltro mai conosciuta prima, un controllo sugli erbivori impensabile in precedenza: possiamo dire che è proprio la presenza del cane a rendere possibile la rivoluzione del Neolitico, ovviamente come elemento co-fattoriale. Con il cane entra nel mondo degli uomini il lupo, con tutti i suoi innumerevoli talenti naturali, coerenti con l’organizzazione ecumenica dell’essere umano ma, di fatto, inusitati per la nostra specie.

D’altro canto è proprio la presenza del cane a rendere la prassi venatoria non più in termini di occasionalità bensì quale stile di vita e la caccia, proprio nel suo essere fondata sul confronto, aumenta le opportunità epifaniche dell’essere umano. Il lupo introiettato come cane ed estromesso come entità ferina, collaboratore il primo e competitore il secondo, dà vita a una dialettica estremamente feconda nella ripartizione concettuale e simbolica del mondo. Spiace notare che, ogni volta che l’essere umano traccia una narrazione della sua traiettoria antropologica delle fasi preneolitiche, tenda a dimenticare l’importanza del cane, di fatto il maggiore artefice nell’attivare quel volano d’ibridazione con le alterità che trasformerà il Neolitico in un grande contenitore di referenze multispecifiche. Già, perché, oltre all’epifania venatoria, ben presto il mondo degli uomini si riempirà di altre specie, alcune delle quali fondamentali nell’evoluzione culturale.

Pensiamo ad animali come l’asino e la pecora, espressioni stesse della mitezza, della persistenza, della sopportazione, la cui frequentazione apre il libro delle metafore umane oltre che rendere possibili performatività nuove di alto impatto sull’organizzazione sociale delle culture della Mezzaluna fertile. Il bovino rappresenta la prima grande forza motrice a disposizione dell’essere umano, come riportato da Marvin Harris, partner fondamentale per l’invenzione della ruota, a sua volta centrale per l’idea di ruota dentata e di tutta la conseguente rivoluzione meccanica.

Autori come Jared Diamond hanno rimarcato l’importanza dei grossi erbivori nell’area euroasiatica per la costruzione delle grandi civiltà. Allo stesso modo pensiamo come il cavallo abbia trasformato radicalmente la storia dell’umanità, rendendo possibile quel processo di globalizzazione culturale, ovvero di commercio su tempi raccorciati, che è stato alla base della cultura indoeuropea. Il cavallo diviene il simbolo di uno stile di vita che identifica le popolazioni nomadi del Nord, dagli Unni ai Mongoli, caratterizzando in modo indelebile tutta la storia occidentale. Un discorso analogo può essere fatto per il dromedario nella diffusione dell’Islam.

Altri animali che hanno profondamente influenzato la cultura dell’essere umano sono indubbiamente i felidi, a simboleggiare eleganza, forza, armonia. Nei confronti dei felidi l’essere umano mostra un atteggiamento ambivalente perché, da una parte li teme, dall’altra ne subisce il fascino. Il leone diviene ben presto simbolo della regalità, punto di convergenza di nonchalance, forza, superiorità e stile. Accanto a lui primeggiano nella bellezza il leopardo, la tigre, il ghepardo, l’ocelotto, la lince: utilizzare vestiti e copricapi di pelliccia di questi animali diviene in breve sinonimo di eleganza, magnificenza, ricchezza. Amanti dei felidi sono soprattutto le culture del bacino meridionale del Mediterraneo – Egizi, Punici, Persiani – tanto da inaugurare una nuova domesticazione, quella del gatto. I lasciti del gatto nelle civiltà del Mediterraneo sono innumerevoli a simboleggiare la casa, la fertilità, la femminilità, per entrare infine nel pantheon egiziano con il nome di Bastet. Indubbiamente il gatto lascia un segno profondo nella cultura occidentale, divenendo in breve il custode di una domesticità che si fa intimità, spazio privato, luogo circoscritto, in cui l’essere umano s’identifica come individuo e come appartenenza a una genealogia che fa del luogo il cardine stesso dell’identità. Il gatto è silenzio, meditazione, precisione… trasfigurazione di un mondo in cui ci si può abbandonare con tranquillità.

Per quanto concerne la levità e la coreografia del movimento, nonché per l’armonia dei suoni e la varietà dei fraseggi, l’essere umano si è lasciato adottare dal mondo degli uccelli, rappresentanti di una dimensione aerea svincolata dalla gravità del tellurico, in grado di implicitare la libertà, la spiritualità, la trascendenza. Gli uccelli inaugurano nuove dimensioni esistenziali riconducibili al volo, alla leggerezza, all’armonia dei suoni, alle coreografie motorie dei rituali di corteggiamento.

Ciò si traduce in mitopoiesi, in musica, in precetti religiosi, in danza e non da ultimo in tecnologia. Potremmo dedicare un saggio intero a questi soli aspetti della referenza ornitologica – vale a dire il volo, il canto, la musica, la danza, la spiritualità – a dimostrazione di come sia incomprensibile la cultura prescindendo dalla relazione con le alterità animali. Il piumaggio variopinto degli uccelli ha influenzato un gran numero di coordinate culturali, dal dipingersi il corpo, tatuarsi, intessere vestiti e copricapi con penne, infilarsi i calami nelle guance. Senza gli uccelli buona parte delle espressioni culturali dell’umano crollerebbe, lasciandoci letteralmente senza parole.

Tratto da R. Marchesini “I genitori adottivi dell’essere umano” in Animal Studies n. 18 “Animali Totem”, 2017, pp. 8-26. Per info su acquisto numero e abbonamenti ad Animal Studies: [email protected]

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