Due soggetti proprietari di alcuni cavalli sono stati indagati per la contravvenzione di detenzione di animali in condizioni incompatibili, ovvero – sostanzialmente – abbandonati. Emerge che gli animali erano detenuti in una situazione gravemente incidente sulla loro sensibilità psico-fisica, in considerazione delle modalità del ricovero (senza cibo e acqua, in recinti pieni di deiezioni non rimosse da giorni).
Il sequestro probatorio originariamente disposto era stato convertito in sequestro preventivo, sussistendone i requisiti; tale conversione, di fatto, impediva che l’esaurirsi della finalità del sequestro probatorio (assicurare la fonte di prova ai fini della prosecuzione del processo) comportasse un ritorno (rectius, restituzione) degli animali ai soggetti che del loro maltrattamento erano accusati.

Avverso il decreto di conversione in sequestro preventivo gli indagati proponevano istanza di riesame. Il Tribunale del riesame con ordinanza respingeva l’istanza.

Impugnato quest’ultimo provvedimento davanti alla Corte di Cassazione, almeno sul piano cautelare, la vicenda si chiude: i cavalli non saranno restituiti.

Afferma infatti la Suprema Corte che ai fini della configurabilità del reato che si addebita (art. 727 c.p.) non è necessario che l’animale riporti alcuna lesione all’integrità fisica, potendo la sofferenza consistere anche soltanto in meri patimenti ovvero in situazioni che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione; di contro, è del tutto irrilevante la circostanza che i veterinari non abbiano riscontrato un cattivo stato di salute dei cavalli.Sussiste, in definitiva, il fumus delicti (primo presupposto “implicito” del sequestro preventivo).

Poiché fine del sequestro preventivo è di impedire che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, è necessario perimetrare il concetto di pertinenzialità rispetto al reato. I giudici ritengono che sia ovvio il rapporto di pertinenzialità tra gli animali e al reato relativo alle condizioni del loro mantenimento.

Si sottolinea, infine, che in mancanza di provvedimento ablativo (qual è il sequestro o meglio la successiva eventuale confisca) sussiste il rischio che gli indagati possano reiterare le loro condotte lasciando nuovamente gli animali in stato di sostanziale abbandono, qualora ne avessero riacquisito la disponibilità.

Insomma, per ora, in attesa della conclusione del processo di merito, gli animali sono al sicuro.

Per una problematica connessa, su questa Rivista, L’animale partorito è “frutto”? E se la madre è sotto sequestro?

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