Diceva Agatha Christie che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi costituiscono una prova. Il libro di Ferdinando Boero, docente di zoologia presso l’Università del Salento (“Ecco perché i cani fanno la pipì sulle ruote delle macchine”, edito da Manni) è il primo indizio. “Padrone e cane” di Thomas Mann il secondo indizio. La lettura del libro di Massimo Raviola rappresenta indiscutibilmente il terzo e pesantissimo indizio.

Tutto parte da una domanda molto semplice: se è certo che il cane sia il migliore amico dell’uomo, siamo certi che l’uomo sia il migliore amico del cane? L’utilizzo di questo paragone forse eccessivamente antropomorfico invero conduce ad un tema molto serio, quello della selezione delle razze canine.

L’autore di “Che razza di bastardo” è un veterinario di lungo corso specializzato — e non è un caso — in ortopedia e chirurgia, che ad un certo momento della propria vita professionale prende le distanze da quel veterinario che tanti anni prima aveva iniziato a svolgere quella medesima professione. Una professione che, secondo l’incipit del codice deontologico di categoria, è tesa alla tutela della salute e benessere degli animali.

L’autore ci racconta in modo chiaro e convincente il proprio travaglio interiore che per età, interessi scientifici e culturali, esperienze personali e finanche spirituali lo ha condotto, coraggiosamente, ad una riflessione sicuramente forte, salomonica, verosimilmente scomoda, forse impopolare. Ma che non può essere archiviata come una “boutade” perché poggia su dati e conferme scientifiche che sarebbe presuntuoso e pericoloso non volere considerare. E che ha non poche intersezioni con il diritto.

Massimo Raviola racconta nel suo libro, senza reticenze o falsi pudori, come l’acquisto di un cane di razza di fatto implichi una collusione involontaria con un sistema di maltrattamento anche genetico che da anni viene praticato su cani e gatti. Il risultato è quello di avere animali affetti da gravi patologie sin dalla nascita.

Diversamente da quanto avviene nella medicina “umana” dove alcune patologie e le relative correzioni chirurgiche insorgono solitamente e statisticamente in età molto avanzata, in medicina veterinaria il 60% delle chirurgie di protesi all’anca interessano animali giovanissimi, di età compresa tra il primo e il quinto anno di vita. Due le conseguenze. Sofferenze per gli animali e per i loro proprietari. Importanti spese veterinarie per correggere queste patologie.

La selezione, spiega Raviola, aveva forse una sua giustificazione sino a due secoli fa ma oggi ha perso ogni ragione d’essere. Questo significa, conclude l’autore, che occorre interrogarsi per individuare una selezione animale rispettosa e non maltrattante, finalizzata oggi esclusivamente all’esaltazione dell’estetica e che invece dovrebbe porsi come obiettivo quello di avere animali in buona salute.

Non bisognerebbe mai dimenticare, ma questa è una mia riflessione, che forse gli animali avrebbero voglia di accoppiarsi con chi vogliono loro e come natura comanda. Noi lo dimentichiamo perché tendiamo a pensare che l’uomo rappresenti la vita nel suo complesso e non una goccia della vita. Lo dimentichiamo anche perché non vogliamo forse renderci conto che gli animali sono soggetti che hanno un valore in se e che non sono destinati ad altri.

Ogni discussione che sia filosofica, morale, giuridica o scientifica dovrebbe partire da ciò che del mondo interessa gli animali e non da ciò che agli uomini interessa degli animali. Ma spesso non funziona così.

Il libro di Massimo Raviola stimola proprio questa riflessione.

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