Il Prof. Gino Ditadi, filosofo e teorizzatore del biocentrismo, ci accompagna con discrezione e sapienza attraverso le pagine di un’opera di Plutarco (Sul mangiare carne – De esu carnium) partendo da un’affermazione di Platone fatta propria dallo stesso Plutarco: «Ciò che dico, non lo dico perché lo so, ma lo cerco insieme a voi».

Mi sia concessa (e perdonata) un’incursione nel mondo contemporaneo per sottolineare come tanti oggi dovrebbero — a loro volta — fare propria tale affermazione invece di demonizzare l’alterità, qualunque essa sia.

Atteggiamento che non rare volte disvela violenza verbale e intolleranza verso il “dissidente” manifestando assenza di compassione ed evidenziando — in questo caso mi riferisco in particolare agli animalisti — una preoccupante contraddizione in coloro che, proprio della compassione, dovrebbero farne una ragione di vita.

Uno sguardo al passato, al pensiero antico si impone così magari da fare riemergere quella voglia di capire che, come scrive Gramellini, è stata sostituita dall’impulso di colpire.

Ditadi realizza una operazione di grande importanza conoscitiva, come peraltro già fatto con altre opere di raccolta sui rapporti tra filosofia e animalismo; lo studioso ci conduce così per mano a riscoprire — dopo averli riscoperti lui stesso — tesori filosofici antichi e obliati necessari, come dice lo stesso Ditadi, per ingentilire il mondo e uscire dalla fase plumbea che stiamo attraversando.

Se da una parte il nostro secolo ha visto importanti progressi per quanto riguarda il (graduale) riconoscimento dei diritti in capo agli animali (anche se già Teofrasto, al quale viene dedicata la parte finale del volume qui in commento, già nel III Secolo a.C. rivendicava l’estensione dei diritti giuridici agli stranieri, alle donne, ai bambini e alle bestie dimostandosi, come ricorda lo stesso Ditadi, convinto paladino dell’allargamento della sfera giuridica in difesa di chi non ha difese) è altrettanto vero che, dall’altra, il medesimo secolo è quello in cui l’uomo ha messo maggiormente in pericolo l’ambiente nel quale dovrebbero convivere tutti gli esseri viventi. Provocatoriamente, ma non troppo, Ditadi paventa che il mondo è iniziato senza l’uomo e finirà senza l’uomo.

Per Plutarco il mondo umano prega per i morti ma non risparmia i vivi, non volendo riconoscere che ciascun essere vivente ha il diritto a vivere tanto che la natura appare come irrelata agli esseri umani dimenticandosi che gli animali, al pari degli umani, sono soggetti della vita, prima di essere soggetti giuridici.

Tanto per essere chiari con i detrattori della senzienza animale (quale presupposto per un riconoscimento di diritti in capo agli animali) e prendere le distanze da chi prima di Plutarco (Crisippo, non Cruciani) sosteneva che le zanzare avessero la funzione di tenere desto l’essere umano, l’autore di “Sul Mangiare Carne” già duemila anni fa ipotizzava che gli esseri viventi non hanno tutti lo stesso livello di coscienza e intelligenza. Se un colombo vola più veloce di una farfalla, quest’ultima sa comunque volare e il colombo anche se meno veloce dello sparviero, altrettanto vola. Vi era dunque già allora la ragionevole convinzione di una naturale gradazione di sistemi di coscienza diversi nel sistema della vita.

Il Prof. Ditadi è fermamente convinto che la questione animale proprio con il contributo dei pensatori del mondo antico, soprattutto quello greco, si manifesti non come tema riservato a soggetti sensibili (Ditadi parla affettuosamente di gattare) bensì come tramite per indagare il rapporto tra l’uomo e gli altri esseri viventi. Dunque la vita, il destino dell’uomo, del mondo. Con lo scopo di innalzare la civiltà che vede oggi gli uomini massacrarsi in inutili guerre e cibarsi delle carcasse degli animali.

Dobbiamo avere un rapporto di giustizia verso esseri con i quali scambiamo sguardi e gesti, per poi disporre della loro vita e della loro morte. Plutarco nel “De esu carnium” sottolinea come l’essere umano non si cibi di felini ma di animali innocenti, che hanno collaborato durante la loro vita servendo all’uomo.

Se non raggiungiamo questo traguardo di giustizia saremo ingiusti anche con gli altri uomini. Plutarco scrive che «L’infernale sfruttamento e l’uccisione degli animali innocenti preparano lo sfruttamento degli uomini, la rapina, il saccheggio, la guerra». La caccia, tema di grande attualità oggi, era considerata allora arte preparatoria alla guerra.

Plutarco nel “Sul mangiare carne” offre tre ragioni per sfuggire la carne. Una è quella etica, appena accennata. Scrive che “E’orribile vedere una tavola imbandita di uomini che si servono di cuochi e gastronomi come curatori di cadaveri ma è più orribile vedere una tavola quando viene sparecchiata: sono di più le vivande lasciate che quelle mangiate. Quanti animali sono dunque morti inutilmente”. E ancora: “Per un piccolo pezzo di carne togliamo ad un’anima il sole, la luce, il tempo della vita per cui fu generata ed è venuta e a esistere”.

L’altra è religiosa e una terza è di tipo salutistico. L’uomo non ha una dentatura adatta a strappare le carni: “La nostra stessa natura nega la disposizione a mangiar carne, con la levigatezza dei denti, la piccolezza della bocca, la morbidezza della lingua, l’inadeguatezza dell’umore per la digestione”. Il corpo degli esseri umani che mangiano carne è simile ad un sarcofago e quando quelle “carni sono sepolte nel nostro corpo provocano gravi pesantezze e nocive digestioni”.

Quanto alla ragione religiosa-la meno sentita dal filosofo di Ereso- il sacrificio del sangue alimenta i demoni della morte. Lo ricorda Giamblico (filosofo vissuto nel terzo secolo d.C) parlando del perché Pitagora proibiva di cibarsi di carne e malediva i cacciatori e i macelli.

Per concludere queste mie forse presuntuose considerazioni dedicate all’opera di Plutarco resaci più fruibile dal prezioso contributo del Prof. Gino Ditadi, mi piace appropriarmi di quella che è una riflessione di Sant’Agostino: «La speranza ha due meravigliosi figli: l’indignazione e il coraggio».

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