Il Tribunale di Pesaro ha dichiarato l’imputato colpevole del reato di maltrattamento di animali per «avere sottoposto il proprio cane ad un trattamento incompatibile con la sua indole, tenendolo per vari giorni legato ad una catena all’interno di un box, privo di assistenza igienica, di acqua e di cibo, all’interno del quale vi era una cuccia in cemento non riparata dalle intemperie».

La condotta addebitata consisteva nell’inflizione ingiustificata di maltrattamenti e sevizie nei confronti di un animale consistenti nell’imporgli un trattamento incompatibile con la sua indole.

La Corte di cassazione, confermando la condanna, osserva che l’animale è oggetto materiale del reato e non titolare del bene tutelato dalla norma, interesse che è individuato nel sentimento di compassionevole pietas che l’individuo umano prova nei confronti di determinate categorie di animali «che, in quanto soggetti indubbiamente senziente, non possono essere, pertanto, sottoposti ad ingiustificate sofferenze». La Suprema Corte, con queste parole, che riconoscono la natura senziente dell’animale ma negano la titolarità del bene giuridico tutelato, in realtà, sposa una tesi antiquata che sembra in via di superamento da parte di altre pronunce di legittimità e di merito.

Quanto alla fattispecie normativa, la Corte ritiene che l’indagine invocata dalla difesa volta alla verifica di eventi riconducibili al concetto di lesione (fisica o psichica) e quindi a derubricare l’ipotesi dal maltrattamento ex art. 544 ter c.p. a quello ex art. 727 c.p. è inconferente. Nel caso di specie è contestato di avere, nel mese di gennaio, «volontariamente sottoposto l’animale a sevizie ed ad un trattamento incompatibile con la sua indole, consistente nel tenerlo legato per vari giorni ad una catena all’aperto, senza cure igieniche, senza somministrazione né di cibo né di acqua, in assenza di un valido riparo». Il quadro descritto dall’istruttoria documentale acquisita agli atti appare alla Corte «chiaramente incompatibile con le caratteristiche etologiche» dell’animale, senza che rilevi l’accertamento di una specifica lesione. Peraltro, «l’animale al momento in cui è intervenuto il veterinario pubblico presentava uno stato di magrezza e deperimento avanzato tanto che lo stesso subiva un “collasso” e non era in grado di reggersi sulle 4 zampe né di alimentarsi (condizione certamente riconducibile ad uno stato patologico tale da integrare comunque il concetto di lesione)». Peraltro ciò che distingue le due fattispecie normative, dal punto di vista soggettivo, è il diverso atteggiamento dell’agente: l’ipotesi ex art. 544 ter c.p. si colloca nell’area del dolo (anche specifico, quando la condotta è realizzata “per crudeltà”) mentre nell’ipotesi ex art. 727 c.p. la produzione di gravi sofferenze, quale conseguenza della detenzione dell’animale secondo modalità improprie, deve essere evento non voluto ma derivante solo da una condotta colposa. E nel caso di specie non vi è dubbio si fosse in presenza di una condotta adottata in piena consapevolezza e volontarietà.

Si è affermato, dunque, che tenere un animale per periodi considerevoli di tempo, in isolamento, legato in uno spazio angustamente circoscritto, senza cure igieniche né somministrazioni alimentari e senza un’adeguata protezione dalle intemperie, con ricadute sulla sua integrità integra il concetto di sevizie e comportamenti incompatibili, tale di integrare l’elemento materiale del reato di cui all’art. 544 ter c.p.

Tanto affermato, è interessante la notazione etologica in cui si sofferma la Corte che afferma come sia «nozione di comune esperienza il dato secondo il quale il cane sia di per sé un animale gregario, destinato cioè a vivere — sia pure in abituali condizioni di sostanziale cattività — non isolato ma in comunione con altri soggetti, comunemente rappresentati, data la oramai millenaria consuetudine che tale bestia ha con la specie umana, da uomini nei cui confronti esso non di rado riversa, in una auspicabile mutua integrazione, i segni evidenti della propria sensibile affettività, dovendo, peraltro, ricevere dall’uomo, ove sia instaurato con esso un rapporto di proprietà, le necessarie cure ed assistenze». La conseguenza è la contrarietà alle «radicate caratteristiche etologiche» del cane il trattamento che è stato riservato al cane dell’imputato dall’essere umano che doveva prendersi cura della sua esistenza.

In tema, volendo, Gasparre, Diritti degli animali. Antologia di casi giudiziari oltre la lente dei mass media, Key editore

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