Il maltrattamento non sempre è applicabile ma esistono regolamenti locali con apposite sanzioni, che è importante conoscere.

Nota: questo articolo riprende il contenuto del mio intervento in occasione del MiVeg 2015.


Collaborando con alcune associazioni per i diritti animali, capita spesso che mi vengano inoltrate richieste di chiarimenti in merito a situazioni in cui gli animali sono detenuti o sfruttati in condizioni ritenute eticamente inaccettabili, contrarie alle loro esigenze etologiche.

In genere, chi scrive racconta un caso specifico e vuole sapere se vi sia o meno maltrattamento. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di casi in cui le modalità di detenzione o di sfruttamento non raggiungono quel grado di gravità richiesto alla legge affinché si possa configurare il reato di maltrattamento, anche se offendono la sensibilità individuale o collettiva.

Quali siano le condizioni per aversi maltrattamento l’ho spiegato nel mio intervento al MiVeg 2014 e lo riporterò in un prossimo articolo. Qui spiegherò cosa sono i regolamenti comunali per la tutela del benessere degli animali e perché è importante conoscerli. Si tratta di disposizioni locali, in vigore in molte città, che racchiudono tutte le norme specifiche sugli animali, anche se alcune disposizioni possono essere contenute in altri regolamenti comunali (ad es. a Milano la norma che consente l’accesso ai cani nei cimiteri è contenuta nel regolamento sui servizi cimiteriali). Sono elaborati con il contributo essenziale del Garante dei Diritti Animali (nei comuni in cui è presente) e spesso con il coinvolgimento delle associazioni per i diritti animali locali.

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Aragoste vive sul ghiaccio, un’abitudine ancora troppo diffusa.

I regolamenti dettano le regole essenziali in materia di detenzione degli animali e vietano comportamenti che urtano contro la sensibilità comune, quali  l’esposizione di animali in fiere e mostre, l’offrirli come premio in gare e altri eventi, la detenzione in gabbie troppo piccole o con catene fisse e/o troppo corte, l’accattonaggio con gli animali, la prassi di tenere i crostacei vivi sul ghiaccio o i pesci rossi in bocce, l’ostacolare chi si prende cura delle colonie feline e così via. Oltre a vietarli, prevedono delle sanzioni, che dovrebbero avere efficacia deterrente, anche se in genere sono molto base (nei limiti di 500 euro).

È molto importante conoscere queste norme locali, perché sono uno strumento utile per risolvere molte situazioni spiacevoli e offrono una tutela complementare alla legge penale o alle leggi statali e regionali che tutelano gli animali. Inoltre, sono facilmente modificabili, quindi rispondono più rapidamente della legge penale ai cambiamenti della sensibilità verso gli animali. Tradotto in parole semplici, se nel nostro comune si svolge una fiera con animali, sarà utile spingere affinché venga approvato un regolamento che vieti questo genere di eventi, piuttosto che limitarsi a fare un presidio di protesta.


Il Garante dei Diritti Animali

Istituito in alcuni comuni, in alternativa all’Ufficio Diritti Animali (UDA), ha un ruolo fondamentale per migliorare la vita degli animali:

  • Riceve segnalazioni e reclami dai cittadini, denuncia e segnala all’autorità giudiziaria i reati contro gli animali, dà impulso alle indagini da parte di Polizia Locale, ASL e atri enti;
  • Elabora campagne di sensibilizzazione e progetti per migliorare la vita degli “abitanti non umani”, segnalando alla Giunta e al Consiglio l’opportunità di adottare provvedimenti, formulando proposte concrete;
  • Collabora con i servizi veterinari della ASL, con le associazioni presenti sul territorio, con la facoltà di veterinaria dell’Università e altri enti o istituzioni;

Come verificare se il propri comune è provvisto di un simile regolamento? Basta cercare sul sito istituzionale (a breve inseriremo un elenco). Se il comune in cui si vive non è tra quelli virtuosi, è importante impegnarsi per far sì che il regolamento venga approvato. In un successivo articolo vi forniremo delle linee guida e anche una bozza da cui partire. Nel frattempo, se avete urgenza di intervenire potete contattarci e vi indicheremo come procedere.

Affinché queste norme non restino lettera morta, è importante che ogni cittadino le conosca e si impegni a pretendere il loro rispetto. Questo perché non sempre sono previste sanzioni efficaci, inoltre i controlli sono carenti e in caso di segnalazione le autorità (polizia locale o municipale) spesso non intervengono, perché sostengono di avere altre emergenze o di non essere competenti.

Cosa fare in caso di scarsa collaborazione delle autorità? Il consiglio è di insistere, in maniera pacata. Se possibile, fate delle fotografie, per documentare la violazione delle norme e quando vi recate dalla polizia locale per mostrarle, munitevi anche di copia del regolamento comunale (perché purtroppo non sempre ne sono a conoscenza).

Altro consiglio è di interpellare un’associazione che abbia esperienza di casi simili o segnalare l’accaduto alla Guardie Zoofile (qui i recapiti dei gruppi OIPA), se presenti nel proprio territorio.


Alcune norme

Anche se i divieti variano molto da città a città, ce ne sono alcune abbastanza comuni o che meritano attenzione, perché particolarmente innovative. Ve ne segnalo alcune, lasciandovi alla curiosità di scoprire quelle previste dal regolamento della vostra città.

Divieto di detenere crostacei vivi sul ghiaccio. Si tratta di una situazione comune in supermercati e ristoranti. Tra le città maggiori, il divieto previsto a Roma, Monza e Ferrara (a Roma è vietato anche anche legare le chele). Queste norme sono state inserite a seguito di una battaglia condotta dalla LAV del 2007, che sulla base del parere di un etologo denunciava questo trattamento come fonte di crudeltà e sofferenza per gli animali. Negli anni ci sono state alcune condanne isolate come maltrattamento, tuttavia la sanzione amministrativa è chiaramente più efficace, perché vieta direttamente il comportamento e applica la sanzione in caso di violazione.

Divieto di accattonaggio con animali. Presente in tutti o quasi i regolamenti, serve a impedire che si possa richiedere l’elemosina facendo leva sul senso di pietà verso gli animali (solitamente cani e in genere da parte di senzatetto o artisti di strada), che potrebbero non essere detenuti in buone condizioni. Non sempre ciò è vero, però la norma chiara e può essere invocata per far intervenire le autorità in caso di animali visibilmente in cattive condizioni.

Circhi con animali. Qui si apre un capitolo apposito. Si tratta di un grande classico dei regolamenti comunali, che nello scorso decennio (dal 2000 in poi) se ne sono occupati diffusamente in tutta Italia, vietando l’attendamento di circhi con animali e/o animali esotici. Ogni volta che i circensi hanno impugnato questi divieti, i TAR gli hanno dato ragione annullandoli, perché configgono con la normativa nazionale del 1968 che riconosce la funzione sociale del circo equestre e degli spettacoli viaggianti. Attualmente, i comuni stanno prevedendo versioni più “soft” di regolamenti, ad esempio l’obbligo di rispettare linee guida elaborate dalla Commissione CITES presso il Ministero dell’Ambiente, che costituiscono dei criteri minimi di detenzione degli animali esotici nei circhi (ma che in assenza di adeguato supporto da parte dei servizi veterinari della ASL, sono sostanzialmente inutili).

Colonie feline. Le colone feline sono già riconosciute e tutelate dalla legge nazionale e dalle varie leggi regionali, tuttavia i regolamenti comunali completano i punti in cui queste sono carenti. Ad esempio, l’art. 11, comma 4 del Regolamento in vigore a Milano prevede che «Di norma le colonie feline che vivono in libertà sul territorio non possono essere spostate dal luogo dove si sono stabilite. La cattura dei gatti che vivono in stato di libertà è consentita solo per la sterilizzazione e per le cure sanitarie necessarie al loro benessere, come previsto dalla normativa vigente. Chiunque somministri alimenti ai gatti che vivono in libertà deve provvedere a mantenere i luoghi interessati in buone condizioni di pulizia ed igiene».


Da ultimo, una curiosità. La bozza del nuovo regolamento per il Comune di Milano, elaborata dal Garante dei Diritti Animali, prof. avv. Valerio Pocar prevedeva il divieto per i ristoranti di conservare le aragoste vive e l’obbligo di avere almeno due pesci rossi negli acquari, perché considerati animali sociali. Purtoppo queste norma innovative non sono passate, per l’opposizione dei Consigli di Zona. L’avanzamento della sensibilità purtroppo non sempre è così rapido come immagineremmo.

Ogni anno migliaia di cani, gatti e altri muoiono a causa di esche e bocconi avvelenati che vengono sparsi in parchi pubblici, cortili condominiali e altri zone dove vi sono colonie feline o portiamo in passeggiata i nostri cani. Si tratta di gesti spesso preceduti da episodi di insofferenza come insulti, rovesciamenti di ciotole e vere e proprie minacce a danno dei proprietari di animali o di chi se ne prende cura. Accade addirittura che queste persone si calano nel ruolo di giustizieri, immaginando di fare un favore alla società contribuendo a debellare il fenomeno del randagismo. Spesso però la vera motivazione dietro simili gesti è il desiderio di sfogare proprie frustrazioni o insoddisfazioni, che viene indirizzato verso soggetti più deboli. Gli animali diventano quindi le vittime ideali, anche perché ci si immagina di poter restare facilmente impuniti.

Per fortuna non è così: l’uccisione animali (domestici e non) è un reato e l’autore di questi gesti, se individuato, subisce una condanna. Il codice penale (art. 544-bis) punisce infatti l’uccisione di animali «per crudeltà o senza necessità» e spargere polpette avvelenate allo scopo di uccidere animali rientra perfettamente tra le fattispecie penalmente rilevanti. Anche se l’animale si salva, a causa delle forti sofferenze inflitte dal veleno si configura comunque il reato di maltrattamento (art. 544-ter), punibile con la pena della reclusione sino a 18 mesi. Se invece l’animale non solo soffre ma come spesso accade muore solo dopo una lunga agonia, si avrà maltrattamento aggravato dalla morte, per il quale è previsto un aumento di pena.

Oltre che per gli animali, questi veleni costituiscono un pericolo anche per la salute e l’incolumità delle persone e possono danneggiare l’ambiente. Sulla base di questo presupposto, nel 2012 il Ministero della Salute aveva emanato un’ordinanza per vietarne ai privati l’uso e la detenzione,  dettando l’obbligo per i comuni di provvedere alla disinfestazione in caso di episodi di avvelenamento a danno di animali. Purtroppo al momento in cui si scrive questa ordinanza, che era stata prorogata più volte, è scaduta da alcuni mesi senza che il Ministero l’abbia prorogata e non è quindi più in vigore. Ciò non toglie che l’utilizzo di esche e bocconi avvelenati resta vietato, considerata l’intrinseca idoneità lesiva degli stessi e l’impossibilità di evitare che una volta sparsi non provochino la morte di animali.


Segnalazione e bonifica

Come comportarci se notiamo qualcosa di sospetto? È importante sapere che ogni volta che passeggiando con il nostro amico a quattro zampe notiamo esche sospette, dobbiamo immediatamente allertare il Comune, che provvederà a porre un avviso ai cittadini di sospetto avvelenamento, facendo intervenire le autorità sanitarie (ASL, USL, ATS in base alle regioni) per prelevare campioni e verificarne l’effettiva pericolosità. Se si scoprirà che quel cibo era realmente avvelenato, il Comune e le autorità sanitarie dovranno provvedere a bonificare la zona, per evitare che le esche avvelenate possano arrecare pericolo agli animali.

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Colonie feline

Spesso si registrano episodi di avvelenamento a danno di colonie feline. Se vi è situazione di conflittualità o intolleranza da parte della popolazione verso gli animali in libertà e abbiamo il fondato timore che possano svilupparsi episodi simili (ad esempio in caso di minacce esplicite), possiamo mettere un avviso nella bacheca condominiale per ricordare che i gatti in libertà sono tutelati dalla legge 281/1991 (oltre che dalle singole leggi regionali e dai regolamenti comunali) e che l’uso di esche e bocconi avvelenati è vietato. Possiamo anche contattare l’amministratore del condominio e chiedere di convocare un’assemblea per ammonire i condomini sulle conseguenze legali di eventuali avvelenamenti. In entrambi i casi, questo approccio dovrebbe essere sufficiente per far desistere in partenza chi avesse in mente di compiere queste azioni.

Un’altra strada è chiedere l’autorizzazione all’assemblea condominiale per poter posizionare delle telecamere nei punti (solitamente cortili o parcheggi) dove viene posto comunemente il cibo, affinché fungano da deterrente nei confronti dei colpevoli. È opportuno ricordare ai condomini che esche e bocconi avvelenati non sono pericolosi soltanto per gli animali in libertà ma anche per bambini e animali domestici. Se poi ci si offre di sopportare integralmente i costi, è quasi certo che la delibera venga approvata.

Denuncia all’autorità giudiziaria

Se notiamo un animale con sospetti sintomi di avvelenamento, chiaramente non abbiamo altra scelta che portarlo da un veterinario. Dopodiché, qualora il veterinario confermi i nostri sospetti, dovremo procedere a fare immediatamente denuncia alle autorità. Come abbiamo detto,  il primo passo è contattare il Comune, che dovrà mettere un avviso nella zona e far eseguire esami su eventuali cibi sospetti rinvenuti nei paraggi.

Ma non basta: dovremo anche interessare l’autorità giudiziaria, affinché indaghi e tenti di accertare il colpevole. Per procedere, qualora vi siano vittime è necessario far eseguire un’autopsia dalle autorità sanitarie (dipartimento veterinario di ASL, USL o ATS) o dall’istituto zooprofilattico più vicino. Questo perché senza un referto che attesti l’avvelenamento, la denuncia è priva della forza necessaria per portare all’apertura di indagini. Secondo l’ordinanza citata, spetta al veterinario provvedere a trasmettere entro 24 ore le carcasse, insieme a una relazione accompagnatoria. In attesa che venga rinnovata o che vengano disposte nuove norme, riteniamo che si debba continuare ad applicare tale procedura. Dovremo quindi chiedere al veterinario di procedere in tal senso e, in aggiunta, allertare il Comune e le associazioni animaliste della zona.

Se siete soci di Animal Law, potete contattarci qualora abbiate altri dubbi.

 

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