A metà gennaio 2016 più organi di informazione hanno riportato la notizia che alcune persone, che si erano prestate per una sperimentazione in Fase I (sperimentazione su volontari sani), a Rennes, località del nord della Francia, hanno avuto reazioni avverse gravissime al farmaco testato.

In particolare, a quanto risulta dalle informazioni, per la maggior parte avute dalla stampa, su 90 volontari sottoposti ad un test per testare la tollerabilità di un farmaco antidolorifico BIA 10-2474, inibitore di un enzima deputato a metabolizzare un endocannabinoide,  una molecola presente nel nostro organismo, con funzione neuromodulatoria — sei di loro sono stati ricoverati con urgenza all’ospedale di Rennes. Uno di loro è morto, gli altri cinque hanno riportato danni neurologici quasi sicuramente irreversibili.

La molecola testata è un antidolorifico destinato a trattare disturbi dell’umore, l’ansia e disturbi motori legati a malattie degenerative come il Parkinson. Trattandosi di uno studio clinico in Fase I, alcuni volontari hanno assunto un placebo (una sostanza inerte con nessuna azione farmacologica) e questi godono di ottima salute, come prima di essere inseriti nella sperimentazione. Altri hanno assunto, a dosaggi diversi, il farmaco sottoposto a sperimentazione e sei di loro, che avevano assunto dosaggi più elevati, hanno avuto gravissime conseguenze.

Premesso che mancando dati ufficiali, dobbiamo necessariamente fare affidamento a quanto riportato dagli organi di informazione, vorrei comunque commentare l’accaduto, lanciando quasi un appello, sul delicatissimo problema della sperimentazione clinica condotta su volontari sani e sulla inaffidabilità del modello animale che precede la fase di sperimentazione sull’essere umano. La Fase I prevede infatti, a parte alcune eccezioni per pazienti affetti da HIV o pazienti oncologici, in cui si può sperimentare direttamente sul malato, la sperimentazione su volontari sani.

Questa fase di studio è la fase più delicata in assoluto,e rappresenta un enorme limite etico, in quanto si sottopongono persone non malate, che quindi non trarranno alcun vantaggio dall’uso del farmaco in fase di studio, dietro compenso economico, a testare gli effetti nocivi potenzialmente mortali di una determinata sostanza, di cui non si conosce quasi nulla essendo stata testata, precedentemente (fase preclinica) su un modello non predittivo per l’essere umano: il modello animale.

Nella fattispecie del caso francese, il farmaco era stato testato in precedenza su scimpanzé e a dosaggi molto più alti di quelli utilizzati nella fase di sperimentazione sull’uomo. Fra tutte le specie animali su cui si testano  quotidianamente, molecole che poi dovrebbero diventare farmaci, gli scimpanzé rappresentano la specie in assoluto più vicina all’uomo, dal punto di vista genetico e evolutivo. Si presume, anche se le cose non vanno sempre così, che questo farmaco non abbia dato reazioni avverse gravi su questi primati, altrimenti, in caso contrario, c’è da chiedersi a cosa sia servita la sperimentazione su di essi e come mai si sia andato avanti a sperimentare sull’uomo.

Troppo spesso abbiamo assistito a situazioni paradossali in cui un farmaco che ha dato reazioni avverse su animali, si è proceduto comunque a sperimentare sull’uomo (BMJ – 2004). Spesso addirittura la sperimentazione viene condotta in contemporanea uomo/animale, senza aspettare quindi i risultati ottenuti nella fase preclinica. Quando le cose vanno bene, e ci riferiamo a dati dell’FDA, il 92% delle molecole testate sull’animale non supera la fase di sperimentazione sull’uomo, quindi vengono scartate, per tossicità o per inefficacia.

In quanto poi alla presunta “rarità” degli effetti avversi dei farmaci, come anche speso si sente dire, vorrei ricordare che il 51% dei farmaci che entrano in commercio ogni anno negli USA provoca gravi reazioni avverse, anche mortali (JAMA, vol. 279: 1571-1573, 1998). Di queste reazioni avverse non si trova traccia nel modello animale e, anche se ci fossero state, troppo spesso si procede ugualmente nelle fasi successive sull’uomo.

Un altro episodio ben noto è il caso del TGN1412 (TeGeNero 1412), molecola che apparteneva ad una nuova tipologia di farmaci modificati geneticamente per ottenere la stessa struttura di un anticorpo umano. Nel 2006, presso la clinica londinese Northwick Park Hospital, sei persone (“maschi in buona salute”) volontarie sottoposte a sperimentazione clinica, accusarono gravi reazioni avverse al farmaco TeGeNero 1412, ed entrarono in coma. Ai volontari era stata somministrata una dose di farmaco 500 volte inferiore a quella utilizzata nelle fasi  precliniche su cavie animali. I test su roditori e primati non umani si erano dimostrai sicuri ed efficaci così si passò alla Fase I su volontari sani. In quella occasione non furono riscontrati difetti nella qualità del farmaco somministrato, né episodi di contaminazione, né errori di dosaggio, e furono seguite le procedure previste dal protocollo di ricerca.

La drammatica reazione avversa al farmaco sarebbe stata causata dalla stimolazione di una proteina che è presente solo negli esseri umani, quindi non prevedibile sperimentando su animali anche se primati e anche se a dosaggi 500 volte superiori alla dose usata nell’uomo. Successivamente si è scoperto che sarebbe bastato eseguire test in vitro più accurati con cellule umane per ottenere risultati più attendibili scongiurando il terribile evento.

Questi drammatici episodi, non nuovi e non isolati nella storia, evidenziano l’inutilità  della sperimentazione animale, e del reale rischio della sperimentazione clinica condotta successivamente sull’uomo. Sarebbe auspicabile che finalmente si facesse affidamento a ricerche condotte con metodiche più affidabili e che queste ricerche fossero incentivate in termini economici e in termini formativi, onde scongiurare ulteriori episodi di tale gravità.

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