Spilimbergo (PN), ennesimo incidente di caccia. Un anziano cacciatore di 78 anni, G.M., è il destinatario di un decreto penale di condanna, in quanto resosi responsabile dell’uccisione di un gatto fulvo durante una battuta di caccia. Al fatto — che risale al 12 dicembre 2015 e al quale avevano assistito alcuni conoscenti della proprietaria del felino domestico — può essere così sintetizzato: intorno alle 10.30, il reo è sceso dalla propria autovettura, ha imbracciato il fucile da caccia e ha colpito l’animale alla testa.

Il colpo è stato esploso da circa dieci metri di distanza, come accertato dall’esame autoptico, e, nella fase delle indagini, il cacciatore ha affermato che il suo intento era di colpire l’animale, avendo scambiato il gatto dal pelo bianco e rosso, di nome Silvestro, per un esemplare di volpe.

Il difensore di fiducia dell’imputato, l’avvocato Bianchin, ha precisato che il 78enne non vede bene e che si è trattato dunque di un errore; inizialmente il cacciatore era stato imputato del reato ex art. 544 bis, rubricato Uccisione di animali, mentre il giudice monocratico Giorgio Cozzarini, ha qualificato diversamente l’accadimento, facendolo rientrare nell’alveo del delitto di Uccisione o danneggiamento di animali altrui, previsto all’art. 638[1] e condannando il cacciatore ad una pena pecuniaria, consistente in euro 5.000,00 di ammenda.

La proprietaria del gatto ucciso si è costituita parte civile con l’avvocato Alessandra Marchi, secondo la quale il cacciatore non sarebbe stato autorizzato alla caccia alla volpe, in quanto fauna stanziale, ma solo alla fauna migratoria, e dunque non sarebbe stato comunque legittimato a sparare all’animale fulvo. Inoltre, l’avvocato Marchi ha affermato che sarebbe stato difficile scambiare un felino per una volpe, vista la diversa conformazione fisica, e ha sottolineato il fatto che vengono dati patente di guida e fucile in mano a chi ha problemi di vista, con un’ovvia potenzialità di rischio – senza voler poi sottolineare il controsenso di scambiare un gatto per una volpe, in pieno giorno, e comunque riuscire a centrare l’animale con un colpo al capo.

L’accaduto è lo spunto per alcune riflessioni che purtroppo si ripropongono ad ogni stagione di caccia[2] con maggiore vigore; secondo una stima del 2015 effettuata dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), il numero di cacciatori in Italia è compreso tra 600.000 e 650.000, e, purtroppo con una frequenza preoccupante, avvengono incidenti di caccia che coinvolgono persone e animali domestici; si leggono spesso titoli come “Incidente di caccia, muore colpito a morte durante una battuta di caccia al cinghiale”, “Incidente di caccia: scambia l’amico per un cinghiale e lo ferisce. Il ferito ha subito la parziale amputazione del braccio destro ed è ricoverato in Rianimazione”, “Colpito all’addome in un incidente di caccia”, “Un bambino di 12 anni ferito gravemente in un incidente di caccia nel Cilento”, “Cacciatore spara ai fagiani, ma colpisce la cameretta di due bambini”, “Scambiato per un cinghiale, cane ucciso da un cacciatore”. Secondo l’ Associazione Vittime della Caccia, dall’inizio della stagione della caccia 2017/2018, ci sono state 44 vittime di armi da caccia e cacciatori, (4 i morti e 7 i feriti tra i non cacciatori, tra cui una bambina), di cui 27 feriti e 17 morti in totale[3].

Gli “sparatori” sono spesse volte ultrasessantenni, in una condizione psico-fisica non più ottimale e, come afferma l’Enpa, «non c’è da stupirsi se le cronache dei nostri giornali ci raccontano di morti spesso dovute a malori, a spari accidentali, a errori di tiro, ad abbagli che fanno scambiare una persona per un animale».

È quindi necessario che venga valutato un intervento netto, che renda possibile l’evitarsi di tali incidenti ampiamente prevedibili e, come tali, evitabili.

NOTE

[1] Se ne riporta il testo nella sua integralità: «Chiunque senza necessità uccide o rende inservibili o comunque deteriora animali che appartengono ad altri è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a € 309.

La pena è della reclusione da sei mesi a quattro anni, e si procede d’ufficio, se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria.

Non è punibile chi commette il fatto sopra volatili sorpresi nei fondi da lui posseduti e nel momento in cui gli recano danno».

[2] Si vedano i calendario venatori per la caccia tradizionale e per la caccia di selezione.

[3] Dato reperibile al seguente link: http://www.vittimedellacaccia.org/

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